Siria, bombe sugli aiuti E l’Onu accusa Assad
di Maria Rosa Tomasello wROMA Non c'è tregua che tenga in Siria. Dopo cinque anni di guerra nessuno dei contendenti è stanco di sangue: il fragile cessate il fuoco entrato in vigore una settimana fa si spegne sotto il tiro incrociato di accuse di violazione tra regime e ribelli che fa riesplodere i combattimenti. Le bombe piovono sui civili come sui militari, investono un convoglio umanitario dell'Onu e della Mezzaluna rossa siriana che rappresentava la speranza per centinaia di migliaia di persone bisognose di tutto, un raid per cui finiscono sotto accusa l'esercito regolare siriano fedele a Bashar al Assad e l'aviazione russa. Oltre venti persone perdono la vita sotto le bombe a Uram al Kubra, a sud ovest di Aleppo, città in mano ai ribelli anti-regime dove nelle ultime ore, secondo l'Osservatorio nazionale per i diritti umani (Ondus), i raid dirussi e forze lealiste siriane hanno fatto 40 morti. «Almeno 10 mezzi trasportavano materiale dell'Unicef, destinati a 270mila persone, la metà dei quali bambini» accusa l'organizzazione umanitaria. «Circa venti civili e un membro dello staff sono rimasti uccisi mentre erano impegnati a scaricare dai camion aiuti vitali» denuncia la Federazione internazionale della Croce rossa. Dei 30 mezzi, 18 sono stati distrutti. «L'attacco è inaccettabile, è una flagrante violazione del diritto umanitario internazionale» dice il presidente del Comitato internazionale della Croce rossa, Peter Maurer. Per il coordinatore umanitario dell'Onu Stephen O'Brian «se questo attacco spietato fosse deliberato, equivarrebbe a un crimine di guerra». Il convoglio aveva ricevuto tutte le autorizzazioni del governo e il suo transito era stato notificato a tutte le parti in conflitto, Usa e Russia compresi. In attesa di «ulteriori valutazioni sulla sicurezza» dunque, i convogli Onu vengono sospesi, mentre la Croce rossa annuncia che continuerà a lavorare per inviare aiuti nonostante siano già 54 gli operatori della Mezzaluna rossa siriana uccisi. Da New York il segretario generale dell'Onu BanKi-moon, aprendo l'Assemblea generale, pur senza accusare Damasco di un attacco definito «ripugnante, selvaggio apparentemente deliberato», punta il dito contro Assad: «Tanti gruppi hanno ucciso in Siria, ma nessuno ne ha uccisi più del governo siriano, che continua a bombardare quartieri e a torturare migliaia di detenuti» dice con durezza. «Il futuro della Siria non può dipendere dal destino di un solo uomo». Mosca smentisce di essere responsabile del bombardamento e chiama fuori anche Damasco: «Conclusioni infondate dichiara il portavoce del Cremlino Dmitri Peskov, mentre il portavoce del ministero della Difesa Igor Konashenkov dichiara che i jet russi e siriani «non hanno effettuato alcun raid sul convoglio». Il Cremlino, al contrario, rispedisce i sospetti in direzione di Washington, che ipotizza responsabilità russe: «Accuse dirette a distogliere l'attenzione dallo strano "errore" fatto dai piloti della coalizione anti-Is a guida Usa il 17 settembre, quando hanno bombardato postazioni dell'esercito siriano vicino a Deir ez-Zor». Amnesty international, tuttavia, citando testimoni, parla di raid compiuti da «elicotteri e jet di fabbricazione russa». Sul terreno la situazione torna a farsi pesante: le speranze di una ripresa della tregua «per ora sono molto deboli» dice Peskov, mentre il segretario di Stato americano John Kerry richiama all'ottimismo: «Il cessate il fuoco in Siria non è morto» dice a margine della riunione del Gruppo internazionale di supporto sulla Siria, dove incontra il collega russo Serghei Lavrov. Un faccia a faccia a cui sono affidate le poche chance di fa ripartire il processo di soluzione politica della crisi. ©RIPRODUZIONE RISERVATA