QUEI DEMONI NON ANCORA SCONFITTI

di RENZO GUOLO Da Libia e Siria, paesi sin dagli albori delle "primavere arabe" attraversati dai demoni della guerra civile sfociata in conflitto aperto, cattive notizie. In Libia il rapimento dei due tecnici italiani, chiunque ne sia l'autore, predoni o gruppi politicizzati, mostra come il governo centrale non sia in grado di garantire sicurezza in molte aree del paese. L'esecutivo Serraj, infatti, controlla ristrette aree fuori dalla capitale, mentre altre zone sono presidiate milizie che giocano in proprio o, come la Cirenaica, da forze, come quelle guidate dal generale Haftar sorrette dall'Egitto, che scommettono sulla divisione del Paese. In un simile quadro, instabile e pericoloso, le imprese italiane, soprattutto piccole e medie, cercano disperatamente spazi per continuare a lavorare. Anche a costo di correre rischi assai elevati, come dimostra lo stesso sequestro di Ghat, spesso frutto di una cattiva comprensione dello scenario nel quale operano. Non è casuale che i due rapiti non avessero scorta, tolta recentemente perché la situazione era ritenuta «tranquilla». Un fraintendimento significativo, frutto di un'analisi del tutto errata. Non solo perché Ghat è nei pressi del confine algerino, in un'area contigua a quella parte di Algeria teatro di operazioni dell'Aqmi, Al Qaeda nel Maghreb Islamico; ma anche perché il sud del Fezzan è luogo del possibile insediamento dei molti jihadisti magrebini e subsahariani fuggiti da Sirte e in cerca di una nuova base logistica per riorganizzarsi. Qui il territorio desertico, difficile da controllare, potrebbe offrire loro riparo. Ciò indipendentemente dal fatto che i sequestrati siano caduti nella mani di criminali comuni alla ricerca di un riscatto o di gruppi politicizzati, ai quali gli italiani potrebbero essere ceduti se il rapimento non finisse in tempi rapidi. Il tutto in una realtà in cui al conflitto che si svolge nell'area costiera, si sommano nel Fezzan le tensioni tra tuareg e tebù, tribù rivali solo formalmente pacificate decise a occupare il vuoto lasciato dal potere centrale. Insomma, la Libia pare lontana dalla soluzione di una crisi che evidenzia l'incapacità delle diverse forze in campo di agire come soggetto unificante nazionale. Un quadro nel quale, dopo il varo della missione Ippocrate, insieme sanitaria e militare, aumentano le possibilità che l'Italia diventi, in territorio libico, bersaglio sensibile. Quanto alla Siria, com'era prevedibile, la tregua è fallita. L'Onu ha annunciato la sospensione di tutte le operazioni umanitarie dopo l'attacco aereo contro un convoglio di aiuti, ma l'accordo tra Usa e Russia si era già infranto dopo che il governo di Damasco aveva annunciato di considerare concluso il cessate il fuoco accusando le milizie ribelli di continue violazioni dell'accordo. Del resto, il punto debole era l'aver delegato al Cremlino d'imporre la tregua a Assad. Ma, come nel campo alleato degli americani, nel quale paesi come Turchia o Arabia Saudita perseguono interessi nazionali assai diversi, anche in quello legato al governo siriano le posizioni non sono del tutto collimanti. E anche i russi devono tenerne conto. Contrariamente al passato, Assad si sente forte e, assieme agli iraniani e all'Hezbollah libanese, è deciso a restare il perno dell'arco sciita che va da Teheran a Beirut. Quanto a Putin, che Obama ha accusato all'Onu di voler cercare di fare riguadagnare la gloria perduta alla Russia tramite la forza, il suo obiettivo è quello di negoziare una pace in cui il Cremlino appaia come il dominus della situazione. Per Mosca o il paese si ricompone sotto un governo amico oppure può anche essere diviso. Quello che è certo, per i russi, è che l'opposizione sunnita, pur priva della sua fazione "ex-qaedista", non potrà imporre alcuna soluzione. Lo stesso Obama ne è consapevole, tanto che al Palazzo di Vetro, afferma che nessuna soluzione militare definitiva è praticabile e ribadisce la volontà di perseguire uno sbocco diplomatico a un conflitto che ha già provocato lo stravolgimento della geopolitica mediorientale e l'affermazione statuale dell'Is. Anche qui la fine della guerra sembra ancora lontana. ©RIPRODUZIONE RISERVATA