Quando il Rossi lo faceva uno di nome Bianchi
di Mauro Corno Prima di Rossi c'era Bianchi. E anche lui vinceva tantissimo. Nel 2016 è doppio l'anniversario festeggiato da Pier Paolo Bianchi. Quarant'anni fa, nel 1976, il pilota riminese ha conquistato il suo primo titolo iridato, nella classe 125. Trent'anni fa, il 24 agosto del 1986, è salito per l'ultima volta sul gradino più alto del podio, proprio a Misano, dove domenica si correrà il Gran premio motociclistico di San Marino e della Riviera di Rimini. E lo ha fatto nella classe 80, che sarebbe finita in pensione nel 1989. È brillantissima la carriera del romagnolo, oggi 64enne, lo dicono i numeri. È stato tre volte campione del mondo della classe 125 (nel 1976 e nel 1977 con la Morbidelli e nel 1980 con la Mba). In 16 anni di presenza nel Motomondiale, tra il 1973 e il 1989, ha collezionato anche due secondi e due terzi posti in classifica generale nella classe 125 e un terzo posto nella classe 80. Ha disputato 127 Gran premi e ne ha vinti 27, è salito sul podio 61 volte, ha conquistato 32 pole position e fatto registrare 25 giri veloci. A livello nazionale, per non farsi negare nulla, è stato tre volte campione italiano Velocità e tre volte campione italiano della Montagna. Possiamo chiamarla commendatore', vista l'onoreficenza ricevuta nel 2003 dall'allora presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi? «Non scherziamo, su. È una bella soddisfazione e credo anche di averla meritata. Però non me ne vanto, non sono mai stato uno da profilo alto. E forse è un errore. Sa cosa le racconto al proposito?». Racconti… «Se qualcun altro avesse vinto quello che ho vinto io adesso se la tirerebbe alla grande. Ma io sono sempre stato una persona normale». Con un palmarès da fuoriclasse però. «Se a inizio carriera me lo avessero detto non ci avrei creduto minimamente. Vincevo una gara e non mi nascondevo di essere stato il più forte. Ma quando iniziava quella successiva subentrava il dubbio e mi rendevo conto che dovevo dare il triplo per battere ancora tutti. Mai pensare di essere arrivati al massimo, c'è sempre un altro che può fare meglio di te». Nel 1976 ha dato la paga a un fuoriclasse come Angel Nieto. «Anche l'anno prima avrei potuto trionfare, ma doveva toccare a Paolo Pileri, mio compagno di squadra alla Morbidelli. Lo spagnolo era proprio un fenomeno e stargli davanti non era facile. E la soddisfazione era massima perché correvo su una moto italiana: l'ho fatto vincendo l'iride con la Minarelli e la Mba, ma anche con la Sanvenero e la Cagiva». Sul circuito spagnolo del Montjuic, proprio nel settembre del 1976, a distanza di poche ore corse prima nelle 125, tra l'altro vincendo e rifilando quasi 30 secondi a Nieto, e poi nelle 250. Oggi sarebbe possibile un doppio impegno del genere? «No. Eppure i piloti adesso fanno molta meno fatica di allora. Faccia un esperimento: prenda due fotografie, una di un podio di allora e una di un podio di oggi e le confronti. Vedrà tre persone con le facce stravolte e tre che sembrano arrivate da una passeggiata». Come si descriverebbe agli appassionati più giovani che magari non la conoscono? «Come un pilota vero, magari non superiore a quelli di oggi ma di sicuro non inferiore. Come un pilota che a volte non aveva soldi ma che quando li guadagnava lo faceva grazie al lavoro e alla fatica. Soprattutto, però, come uno che ha sempre messo il cuore quando montava in sella e per il quale tra vincere e non vincere c'è una grandissima differenza». Cosa è cambiato da quando gareggiava lei? «Praticamente tutto. I piloti erano anche meccanici, cuochi e in alcune circostanze pure autisti del furgone che trasportava la moto da un circuito all'altro. A mio modesto parere tutto era migliore». Vada con l'elenco. «Una volta c'erano molte più categorie, quindi il divertimento anche per il pubblico era moltiplicato. La differenza più grande, però, è a livello umano. Nel 1982, a Nogaro, in Francia, in tantissimi ci rifiutammo di gareggiare perché consideravamo la pista pericolosa. Oggi… su non mi faccia dire altro». No, no, invece dica… «Oggi i piloti accettano di fare parte di un sistema. C'è chi decide per loro e li spinge a dire quello che fa più comodo. Se ti ribelli esci dal giro e rischi seriamente di non rientrare più. E quando ti mandano via, scattano le denunce reciproche, magari si finisce in Tribunale. E poi c'è un altro aspetto». Quale? «La scarsa ambizione. Magari non riescono a vincere in Moto2 ma non si preoccupano, perché sanno già che arriveranno comunque in MotoGp grazie agli sponsor che hanno alle spalle. A volte sembra che si voglia arrivare nella classe regina infischiandosene della gavetta e dei risultati scarsi che si potranno ottenere. Ma attenzione, non voglio generalizzare o passare per un presuntuoso, ci sono anche i campioni». Tipo? «Valentino Rossi, naturalmente. Lui, ma è uno dei pochi, ai miei tempi si sarebbe difeso. È un vincente, ha classe e ha carattere. Dopo la frattura a tibia e perone subita al Mugello nel 2010 pensavo che Jorge Lorenzo lo avrebbe annientato sportivamente. Invece va veloce come prima, probabilmente non coronerà il sogno del decimo titolo iridato, ma uno come lui non si discute. E poi rimpiango tanto Marco Simoncelli. In primo luogo, naturalmente, per la sua prematura scomparsa. E poi perché sono sicuro che avrebbe dato del filo da torcere a tutti». Pier Paolo Bianchi oggi cosa fa? «Do una mano al figlio nella Sala Giochi di famiglia e seguo con attenzione il Motomondiale. E quando posso salto sulla moto per partecipare a gare classiche: se non mi diverto, però, l'anno successivo non torno». ©RIPRODUZIONE RISERVATA