I RAID AEREI NON BASTANO AIUTIAMO L’ETNIA CURDA

La scoperta delle 72 fosse comuni dove i tagliagole dell'Is hanno buttato il cadavere dei loro nemici è resa più tragicamente macabra da due circostanze. In primo luogo è impossibile calcolare il numero delle vittime, si deve ricorrere a una mostruosa forbice informativa secondo cui potrebbero essere fra i cinquemila e i quindicimila. A scriverlo ci si rende conto dell'importanza del giornalismo poiché la scoperta viene dalla Associated Press, ma anche della sua miseria: le tecnologie mediatiche si moltiplicano, le ricerche contro la criminalità possono risalire da un capello a un insospettabile assassino,ma non c'è ancora nessuno in grado di commisurare l'orrore. Dunque non sappiamo quanti siano i morti ma non sappiamo neppure chi sono. Nemici del Califfato, ovviamente. Soldati di Baghdad, apostati sciiti, innocenti yazidi,curdi indifesi, cristiani che non vollero convertirsi all'Islam,donne bruciate perché troppo libere,bambini uccisi nel tentativo di creare le condizioni per una imminente pulizia etnica, e chi altro? Negare ai sopravvissuti il diritto di piangere per i loro morti,questo è il genocidio,il primo genocidio del XXI° secolo. Ma non basta. Ieri in sede ONU si è ventilata l'ipotesi che Assad abbia fatto ricorso alle armi chimiche,(cosa che non sorprenderebbe nessuno) e che anche i miliziani di Al Baghdadi abbiano usato i gas. Si parla di iprite,si dice anche che questi banditi abbiano imparato a fabbricarla. Logica vorrebbe che si intensificassero gli attacchi sul terreno, senza accontentarsi dei molti successi ottenuti. La forza e il pericolo del terrorismo islamico nel mondo dipendono anche dal fatto che alle sue spalle c'è un embrione di Stato. Questo embrione andrebbe distrutto al più presto. Non solo dai raid aerei. Determinante è cacciare fisicamente gli jihadisti dai loro covi, a cominciare da Mosul e Raqqa, capitali del Califfato. Chi può farlo? Finora si sono mossi con una certa fatica i militari di Baghdad aiutate dagli Usa,le truppe di Damasco aiutate da Putin, gli hezbollah libanesi guidati da Teheran.Anche leformazioni di èlite iraniane, come quelle di altri paesi, si sono mosse nella zona. Tuttavia nessuno può ignorare che gran parte delle vittorie sul campo è opera degli ormai famosi peshmerga curdi, un gentile popolo guerriero che ha fermato l'avanzata delle bande nere, dimostrandosi indispensabile nella conquista di città (ricordate Kobane?) e avamposti strategici,tagliando le linee di comunicazione e di rifornimento dei nemici.E allora? Anche qui logica vorrebbe che l'etnia curda, distribuita fra Siria, Iraq,Iran e Turchia, verso la quale americani, italiani, e quant'altri nutrono ufficialmente gratitudine e rispetto, fosse apprezzata e aiutata anche nei paesi dov'è dislocata. Niente da fare. Siriani e milizie sciite li hanno cacciati con sanguinose battaglie dalla città di Haseeek, strappata da loro all' Is ; aerei e tank turchi hanno invece ripreso la città di Jarablus da loro conquistata. . Il rais turco, Tayyp Erdogan, che nutre un sentimento di sulfureo rancore verso i curdi aveva già preparato la propria mossa: il suo premier Yldrim, mettendo da parte ogni rancore con gli ayatollah, subito prima di dare il via all'operazione è andato a Teheran dove, in sostanza, ha ottenuto semaforo verde, con tanto di dichiarazione congiunta. Senza clamore, si sono aggiunti i seguaci di Massoud Barzani e il governo regionale del Kurdistan iracheno capeggiato da Jalal Talebani. Due entità moderate e preoccupate, come peraltro gli Stati Uniti,dell'unione fra curdi siriani e turchi in una regione di confine chiamata Royava. Qui, da molti anni, si sperimentano forme di auto-governo e di collaborazione fra diverse comunità e diverse etnie. Loro parlano di "confederalismo democratico": quanto di più lontano dal metodo patriarcale che impera in altre provincie del Kurdistan. Se Rojava sopravvivesse alla guerra, ci sarebbe un reale pericolo di contagio. ©RIPRODUZIONE RISERVATA