Amatrice, lacrime e addio «Uccide opera dell’uomo»

di Roberto Raschiatore wINVIATO AD AMATRICE Da una parte ci sono i vivi e i loro racconti. «Ho perso papà, mamma, la badante, zio e zia. Vado avanti», singhiozza Sara, con gli occhi gonfi e con in mano uno dei palloncini bianchi che a fine messa voleranno sulle macerie di Amatrice. Dall'altra parte ci sono i morti. Ventotto bare stipate sotto il tendone allestito in tutta fretta per celebrare i funerali solenni delle vittime del terremoto che una settimana fa si è portato via quasi trecento anime. Nel giorno del lutto nazionale, il vescovo di Rieti, monsignor Domenico Pompili, apre la cerimonia leggendo i nomi di chi non ce l'ha fatta ad Amatrice e Accumoli: da Rossella Adduci a Maria Luisa Volpini, un elenco lungo cinque minuti. Ci si accorge che quel rito del dolore che sembra identico in ogni angolo del mondo qui ad Amatrice ha un peso differente, accompagnato da una pioggia incessante che per la prima volta dal giorno del sisma si abbatte anche sugli sfollati nelle tendopoli. Il Cristo appeso sull'altare e la Madonna poggiata su un cumulo di macerie arrivano dalla parrocchia di Bacugno e mostrano la provvisorietà di questa terra martoriata. Dietro l'altare della casa di accoglienza "Padre Minozzi" altre macerie. Il vescovo Pompili pronuncia un'omelia che è anche un appello al presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, e al premier Matteo Renzi, seduti poco dietro i parenti delle vittime: "La ricostruzione non sia una querelle politica o una forma di sciacallaggio. Non sono i terremoti ad uccidere ma l'opera dell'uomo. Disertare questi posti sarebbe come ucciderli due volte". Paragonando la distruzione di Gerusalemme al recente terremoto, Pompili sottolinea che «Dio non può essere utilizzato come capro espiatorio, ma occorre guardare a lui come strada di salvezza« e invita i fedeli a «evitare di accontentarsi con risposte patetiche al limite della superstizione addebitando al destino o alla sfortuna ciò che è avvenuto». Altro momento toccante quando sul pulpito sale suor Mariana, l'albanese di 32 anni tra le superstiti dell'ex orfanotrofio femminile. Tre sue sorelle e quattro anziani sono morti, lei si è salvata e la sua foto ha fatto il giro del mondo. Indossa lo stesso velo di quel giorno, che come quel giorno è macchiato di sangue. Al termine della cerimonia il capo dello Stato avvicina alcuni familiari delle vittime e cerca di confortarli: «Dovete avere coraggio, noi siamo con voi. Non vi abbandoniamo, non abbiate questo timore». Stessa promessa di Renzi quando viene avvicinato da una ragazza della Croce rossa di Rieti: «Presidente non ci dimenticate», le parole della giovane, mescolate alle lacrime. L'elemosiniere di papa Francesco, padre Konrad Krajewski, distribuisce dei rosari benedetti ai familiari delle vittime. Monsignor Pompili invita il pontefice ad Amatrice e ringrazia l'Imam di Firenze e il vescovo ortodosso presenti alla cerimonia. Smette di piovere. I palloncini bianchi - 231 come il numero dei morti in quello che era uno dei borghi più belli d'Italia - volano sulle rovine. Mentre le bare vengono portate a spalla da soldati dell'Esercito e volontari del Soccorso alpino, l'ultima immagine di questa dolorosa giornata la regalano Simone e Lucia, sopravvissuti e legati da un abbraccio che sembra interminabile. ©RIPRODUZIONE RISERVATA