Trump si scusa: «troppo irruento»
WASHINGTON Un altro scossone nella campagna elettorale di Donald Trump, che non trova pace e perde il suo secondo "presidente" in poche settimane, ovvero la figura centrale nell'elaborare ed applicare la strategia per la conquista della Casa Bianca. Lascia Paul Manafort, il manager che già era subentrato a Cory Lewandowsky eproprio per aggiustare il tiro di una corsa tutta giocata sopra le righe e garantire un approccio più "pacato" rispetto all'ingombrante predecessore. Adesso però era diventato lui la «distrazione» ed è caduto sotto il peso di quei sospetti che lo vedono imbrigliato in attività di lobbying a Washington per conto di dirigenti ucraini filo-russi con contatti diretti e prolungati anche con l'ex presidente Viktor Yanukovic, su cui già incombe un'inchiesta. L'uscita di scena di Manafort è così il risultato del secondo rimpasto nello staff di Trump annunciato nei giorni scorsi - e che già aveva ridimensionato il ruolo di Manafort - in risposta all'allarme lanciato dai sondaggi, tutti in profondo rosso. Giunge tuttavia come una doccia gelata perché se Trump sventa in tempo l'ennesimo possibile scandalo, dall'altra sembra ammettere come il caos nel suo entourage sia una costante che riesplode ad ogni piè sospinto. Col rischio di perdere la Casa Bianca e anche il controllo del Congresso oggi in mano repubblicana. Per questo il tycoon cede e si scusa per i toni e «le parole sbagliate» usati fin qui. Poi la tappa nella Luoisiana alluvionata, dove né Obama né Hillary si sono sinora affacciati.