l’opinione
Queste resteranno nella nostra memoria come le Olimpiadi con Pelé che non cammina. Tutti, volenti o nolenti, guardiamo le Olimpiadi. Chi non vuole seguirle, se le ritrova nei tg di giorno e di notte. Impossibile evitarle. E impossibile non sentirne il messaggio affascinante: questi sono i corpi perfetti, sani, robusti, vincenti, i corpi migliori di tutta l'umanità, bianca, nera, gialla, questi dovrebbero essere i nostri modelli, col rammarico di sapere che non ce la faremo mai. Guardando i corpi degli atleti, noi vediamo la perfezione. È così? No. Ci ha brutalmente distolto da questa illusione la notizia di un grandissimo atleta dello sport più popolare del pianeta, il calcio: quello che resta nella nostra memoria come uno dei calciatori più grandi di tutti i tempi, forse il più grande. Pelé, visto che le Olimpiadi quest'anno si giocano in casa sua, s'è visto offrire un ruolo di altissimo onore e prestigio: essere l'ultimo tedoforo, colui che porta la fiaccola olimpica nell'ultimo tratto. E ha rifiutato, suscitando la costernazione di un miliardo di spettatori. Perché ha rifiutato? Perché non si regge in piedi. Cammina col bastone, e a volte con due. Come Margherita Hack. Solo che la Hack aveva novant'anni, Pelé 75. E la Hack stava seduta al telescopio scrutando le stelle, Pelé correva dietro al pallone. Adesso Pelé è senza menischi, a ogni passo la punta della tibia sfrega e duole, per fare il tedoforo doveva aspettare la fiaccola senza muoversi, e per una cerimonia sportiva mondiale l'immobilità non è il simbolo perfetto. La notizia di Pelé mi fa venire in mente i tanti, troppi campioni del suo sport, che abbiamo ammirato sui campi di tutto il mondo, d'Europa d'Asia d'America, più giovani di noi, e che sono morti prima di noi. Lo sport praticato oggi non è praticato per migliorare il corpo, potenziarlo, mantenerlo giovane ed energico. Ha un altro scopo, e quello solo: vincere. È uno sport dopato di vittoria. Sia quello professionistico sia quello dilettante, come per legge dev'essere lo sport olimpico. Il problema (piccolo o grande, ma di solito più grande di quel che crediamo) di tutte le Olimpiadi è il doping. Arrivano le Olimpiadi, e subito si parla di doping. Quest'anno squadre di atleti russi sono state escluse per il sospetto di doping, poi sono state riammesse, senza che il sospetto sia svanito. Il doping è usato dagli atleti per fregare gli organizzatori, ma quest'anno c'è il sospetto che sia usato anche dagli organizzatori per fregare gli atleti. È il caso che ruota intorno al nostro marciatore altoatesino Alex Schwazer. Ha scontato la pena, può correre, gli fanno infiniti test a sorpresa, è sempre pulito, se andasse a Rio potrebbe anche vincere, ma improvvisamente rifanno con mesi di ritardo un test già fatto, lo fanno fornendo al laboratorio di analisi la fiala delle sue urine siglandola in maniera tale che si sappia che sono sue, lo dichiarano positivo e lo escludono. Drammone internazionale. Un trucco per favorire qualcun altro? Non lo sappiamo, e comunque vada a finire non lo sapremo mai. Intorno alle gare olimpiche non ruota soltanto la cosiddetta "gloria", fattore impalpabile e invisibile. Ruotano anche i soldi, palpabilissimi e visibilissimi. Nessuno si accontenta di essere bravo, ognuno vuole vincere. O vinci o non sei nessuno. Tutta la nostra società è così. Si comincia con gli atleti bambini, il padre ha il figlioletto ciclista che corre nella sagra parrocchiale e va dal medico a chiedergli: «Ma non potrebbe dargli qualcosina? Lui ci tiene tanto a vincere!». Nessun genitore va dai professori a chiedere: «Mio figlio impara?». Tutti chiedono: «Sarà promosso?». Vincere, vincere, vincere. Anche con i libri. Ci sono libri scritti apposta per vincere i premi. Li vincono. Ma sono libri orrendi, da non leggere.