DOPING: LA DECISIONE SUL RICORSO
RIO DE JANEIRO Il destino di Alex Schwazer passa per Rio. L'udienza del marciatore altoatesino davanti al collegio del Tas, presieduto dall'austriaco Michael Geinstingler, è andata avanti per tutta la giornata di ieri. Il marciatore si è rivolto al Tribunale arbitrale dello Sport contro la sospensione che gli è stata inflitta dalla Iaaf, la federazione internazionale di atletica leggera, in seguito alla nuova positività al doping riscontrata nel controllo fuori competizione effettuato l'1 gennaio scorso a Racines. I giudici del Tas si sono riuniti a Rio, in un ufficio al 31esimo piano di un grattacielo del centro. Poche le speranze del clan del marciatore di ribaltare la situazione, tanto che l'entourage di Schwazer al suo arrivo ha parlato di «sentenza già scritta»: «Sono stati accettati i nostri testi e periti da Roma che in collegamento via skype da una sala del Coni, con i rappresentanti di Nado Italia. Per noi è già un risultato importante, anche se il clima che si respira è da inquisizione spagnola», ha dichiarato l'avvocato Giuseppe Sorcinelli, nello staff di Alex Schwazer. L'oro olimpico di Pechino 2008 non si è perso d'animo in questi giorni e ha continuato a preparare meticolosamente la sua deposizione davanti ai giudici del Tas. «Abbiamo affrontato grandi sacrifici per venire qui. Speriamo di non dover ripartire subito», hanno riferito i suoi avvocati. All'udienza anche il capo dell'antidoping della Iaaf, Thomas Capdeville. Un segnale della massima importanza che il caso riveste per la federazione internazionale. L'udienza si è svolta prevalentemente in tedesco. Oltre a Sandro Donati, l'allenatore di Schwazer ascoltato in qualità di testimone, sono stati autorizzati a collegarsi da una sala del Coni a Roma i periti Pieraccini (esperto in profili steroidei), Ronci, D'Ottavio e De Boer e gli uomini della procura antidoping Nado Italia. Per la Iaaf presente il professor Schumacher, direttore del laboratorio antidoping di Montreal, al fine di dimostrare la legittimità della catena del controllo e della conservazione del campione incriminato. La difesa ha contesta il vizio formale nel trasporto della provetta con l'indicazione del luogo di provenienza del controllo antidoping, un fatto che avrebbe consentito il riconoscimento del test di Schwazer. Al momento di andare in stampa, la sentenza non era ancora nota.