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Hanno lottizzato la Rai. Ma va! La politica ha messo le mani sull'azienda e sull'informazione? Da non credere! Il premier ha fatto fuori il vecchio che c'era e ci ha messo il nuovo che voleva lui? Incredibile! E sì, anche stavolta, varate le nomine, ecco il lamento, l'indignazione e perfino la sorpresa, come se assistessimo per la prima volta a uno spettacolo inatteso. Si vedono in giro faccia tosta e ipocrisia, e pure chi protesta sembra crederci poco… Sono più di trent'anni che si lanciano appelli perché i partiti restino fuori dalla Rai. Pensate, a coniare il termine "lottizzazione", mutuandolo dalla speculazione edilizia che divorava le città, fu Alberto Ronchey in una lettera a Ugo La Malfa nel 1968. Un'altra Italia. Ma andava già così. Da allora e fino alla metà degli anni Settanta la lottizzazione rimase appannaggio dei partiti di governo, Dc e Psi in primis: alla Dc direttore generale e Tg1, ai socialisti presidente e Tg2. Già allora si ironizzava su tre assunzioni: un Dc, un Psi, uno bravo… Poi nel 1975, dopo il referendum sul divorzio e la crescita impetuosa del Pci, ecco arrivare la riforma, con la moltiplicazione di reti e tg e l'ingresso a viale Mazzini dei laici e degli uomini scelti dal Pci, sia nell'informazione (ricordate la teleKabul di Sandro Curzi?) che nel consiglio d'amministrazione. L'invasività divenne tale che Enrico Berlinguer, segretario del Pci, sentì l'esigenza di lanciare l'allarme con la storica intervista a Eugenio Scalfari sulla questione morale: «I partiti hanno occupato lo Stato e tutte le sue istituzioni, a partire dal governo. Hanno occupato gli enti locali, gli enti di previdenza, le banche, le aziende pubbliche, gli istituti culturali, gli ospedali, le università, la Rai TV, alcuni grandi giornali...». Era il 29 luglio 1981, trentacinque anni prima dell'era Renzi. Ma bisognerà aspettare ancora. Nella primavera del 1993, dinanzi a un Parlamento dimezzato da Tangentopoli, Oscar Luigi Scalfaro chiamò a formare un nuovo governo il governatore della Banca d'Italia Carlo Azeglio Ciampi. Pochi mesi dopo debuttò la Rai dei professori, e nel cda dell'azienda sedettero per la prima e ultima volta cinque accademici scelti, come voleva la legge, dal presidenti del Senato Spadolini e della Camera Napolitano. Faranno poco e dureranno in carica un anno, come il governo Ciampi. Poi nacque Forza Italia, Berlusconi stravinse e si prese Palazzo Chigi e pure la Rai-Tv. Amen. Insomma, è come se la lottizzazione fosse nella natura stessa della Rai, almeno così la vede chi fa politica. Una volta Bruno Vespa definì la Dc «l'azionista di riferimento» del Tg1. Era il 1992. Insomma, cambiano i nomi e gli azionisti, ma il copione è lo stesso. Del resto la commissione parlamentare chiamata a vigilare sulla Rai è divisa pro quota tra partiti e correnti. Con la stessa logica, e al di là della qualità dei singoli, è stato nominato il consiglio d'amministrazione, e la presidente e il direttore generale: quale criterio potevano mai seguire? Qualcuno obietta: ma almeno una volta le nomine si concordavano tra tutti i partiti e le loro correnti, insomma c'è lottizzazione e lottizzazione, oggi invece se nel Pd il segretario Renzi gongola, il presidente Orfini è scontento. E poi il premier non aveva detto, anche lui, «fuori i partiti dalla Rai»? Vabbè, giusto, ma nel frattempo c'è stato il «cambio di passo», e a riforma s'è aggiunta riforma, sotto forma di una legge che dà tutti i poteri al direttore generale e a chi lo nomina, cioè al governo. E stavolta così è stato, le nomine le ha decise il governo, oggi quello di Renzi, domani magari quello di Luigi Di Maio. E forse per questo nella vicenda il presidente grillino della Vigilanza ha spiccato per silenzioso formalismo, né una parola né un'obiezione. E allora, non ci resta che un augurio: lottizzate, ma almeno scegliete il meglio del meglio.