«Il terrorismo non è malattia mentale»

«Il terrore che diventa spettacolo, l'insistenza nel rappresentarlo, riattiva in alcune categorie psichiatriche sintomi come il delirio persecutorio». Vittorino Andreoli, (foto) psichiatra da 55 anni, parla dei casi sempre più frequenti di persone con disturbi mentali che colpiscono e uccidono a caso. «Tutti oggi hanno paura del nemico che non c'è, che non ha un volto. In fondo tutti noi stiamo delirando un pochino, ma una mente più fragile, e dunque più influenzabile, si sente minacciata e questo fa scattare un meccanismo di difesa dal nemico che diventa un gesto di offesa. Chi ha un disturbo di interpretazione scende in strada e combatte il nemico che è uno qualunque» sottolinea Andreoli. Un altro psichiatra, sir Simon Wessely, presidente del Royal College of Psychiatrists britannico, sostiene che «il radicalismo e il terrorismo non sono malattie della mente né vanno diagnosticati come forme di disordine psichico». Ma l'alienazione e gli squilibri patologici della personalità possono essere un grave fattore di rischio sulla strada della violenza, rendendo gli individui che ne sono affetti «vulnerabili» alla propaganda dei predicatori dell'odio. Per Wessely gli omicidi originati da raptus accertati come tali dai medici sono calati un po' dappertutto negli ultimi 30 anni, precisa. Ma è vero che oggi esistono sacche di disagio profondo e che «bisognerebbe fare di più per aiutare le persone alienate, disturbate, turbate» in particolare fra i giovani e gli adolescenti psicolabili.