Senza Titolo
di Manuela Pivato wVENEZIA Diceva di non avere età e, di conseguenza, di essere immortale. Lo diceva passandosi una mano tra i capelli biondi, inclinando la testa di lato, un po' perché ci credeva e un po' per vedere l'effetto che faceva, liberando infine uno di quei sorrisi che erano il suo marchio di fabbrica e il suo talismano. "Bloccatemi, se ne siete capaci" sfidava. Nessuno avrebbe mai osato tanto. Nessuno, tranne la malattia che, approfittando della fragilità dei suoi 85 anni, l'ha fermata per sempre in un letto della clinica La Madonnina di Milano alla vigilia dell'estate, la stagione che più le donava. Marta Marzotto è morta ieri «serenamente», come fa sapere la famiglia, circondata da figli e nipoti, tra il rispetto e le premure che si riservano a un capotribù, come amava definirsi. La notizia è stato data via Twitter dalla nipote Beatrice Borromeo e in un lampo, amplificata dall'ozio degli yacth, ha fatto il giro di Milano e di Roma, è salita fino a Cortina, è scesa giù a Capalbio, ha sfiorato Venezia ed è arrivata a Porto Rotondo insieme al primo cappuccio del mattino. Tredici caratteri per dirle addio. «Ciao nonita mia». Nonita. Vezzeggiativo tenero per una donna che ha ispirato sentimenti assoluti e amori folli; che non è mai stata né ferma né (immaginiamo) zitta un giorno, sempre affamata di vita, di cose belle, di gioielli, borsette, stole, scarpe, vestiti di seta poi diventati caftani e promossi da copricostume ad abiti da sera. Un torrente di donna che ha fatto di tutto - la modella, la musa, la stilista, la filantropa - ma soprattutto ha fatto Marta Marzotto, la vestale dei salotti e la papessa della mondanità che è stata un pezzo della storia del costume italiano. Nata Marta Vacondio, figlia di un casellante delle ferrovie e di una mondina di Mortara, in Lomellina, la ragazza è troppo sveglia e ambiziosa per restare a languire in provincia. A Milano muove i primi passi nella moda e subito incontra l'uomo giusto. L'uomo giusto è giustissimo: il conte Umberto Marzotto la vede, se ne innamora e la sposa. La coppia avrà cinque figli: Paola, Annalisa (morta per malattia), Vittorio Emanuele, Maria Diamante e Matteo. Dopo quindici anni, la vita a Portogruaro è deliziosa ma stretta, i due si separano e Marta, conservando il cognome del marito, irrompe nella dolce vita romana. Pur non bellissima (lei stessa si considerava troppo longilinea), e anzi, forse proprio questo, ha un fascino irresistibile. Apre cuori come fossero scatolette di tonno: quello di Lucio Magri, quello di Bettino Craxi, qualcuno dice quello di Sandro Pertini, più di tutti quello di Renato Guttuso che la chiamava «la mia dolce libellula d'oro» e arrivò a scriverle qualcosa come 5 mila lettere tutte brucianti di desiderio. «Mai posato per lui, né vestita né nuda» prenderà poi le distanze dal maestro, non immaginando quello che sarebbe accaduto dopo, quando, nel 2006, gli eredi dell'artista la portano in tribunale per una vicenda che riguardava 700 riproduzioni di opere. Condannata in primo grado a otto mesi tra i sussulti di sdegno delle amiche, è stata poi assolta dalla Corte d'appello di Milano. Incarnazione della Prima Repubblica, capace di danzare con le sue babbucce di velluto sul red carpet del Lido, di fluttuare alla Scala, brillare al Posta, incantare alla Fenice o ai party di Natale dell'hotel Metropole, sempre un po' di corsa, con la maniche svolazzanti, come se stesse scappando da un quadro per entrare a una festa, Marta Marzotto si era recentemente autocelebrata nel libro "Smeraldi a colazione" (Cairo editore) scritto con i buoni consigli di Laura Laurenzi che l'ha aiutata a ricordare la sua indimenticabile vita. Nel libro, che da oggi sarà letto come un memoriale, la Marzotto ammette che il letto è ancora il suo luogo preferito anche se per fare altre cose, meno tumltuose, come ricevere telefonate e fare le parole crociate «per rilassare il cervello». Racconta che ogni giorno si fa ancora stirare le lenzuola di lino bianco ricamato con il ferro a vapore prima di aprire i suoi vasti armadi e scegliere una delle sue tuniche lunghe e larghe che sapeva decorare con un'infinità di collane, bracciali in modo da farsi precedere dal tintinnio dei suoi monili. Sembrava che, davvero, niente potesse fermarla ma nemmeno questo è bastato per fare di lei una donna felice. «Emozionata, gratificata sì, ma felice no - scrive nel libro - non ne ho avuto il tempo». «Ho un ricordo fino all'ultimo di grande ottimismo, di fame della vita, di voracità verso la vita. Ha voluto sapere giorno per giorno le avventure di vita di ognuno di noi figli e dei nipoti. Ci ha sempre spronato ad andare avanti, faceva sempre il tifo per nuove iniziative, per mettere a frutto i propri talenti». Così Matteo Marzotto, il figlio più giovane di Marta Marzotto, ricorda la madre. «L'eredità morale che ci lascia» aggiunge «è l'eredità dell'ottimismo, dell'andare avanti, del cercare sempre di ripartire dai propri errori, dalle difficoltà con un ottimismo continuo e sempre rinnovato. Di fatto fino a qualche giorno fa siamo stati così». I funerali saranno celebrati a Milano: «Qui la mamma a Milano ha passato sostanzialmente tutta la sua vita e credo che la città l'abbia sempre accolta con grande affetto». L'addio nella chiesa di Sant'Angelo, in piazza Sant'Angelo. ©RIPRODUZIONE RISERVATA