Così la grammatica può svelare i segreti del nostro cervello
PAVIA Che «la grammatica è unica ed identica nella sostanza, anche se varia accidentalmente» l'aveva già scoperto il filosofo Roger Bacon nel Medioevo. Poi, nel Novecento, lo studioso americano Noam Chomsky ha ripreso il concetto elaborando la teoria linguistica della "grammatica generativa": cioè, che le lingue umane sono differenti ma entro limiti ben definiti, possono distinguersi tra loro fino ad un certo punto ed hanno molti elementi in comune, in quanto sono realizzazioni diverse di un "unico" linguaggio. Ma perché la grammatica universale non può essere manipolata artificialmente e compresa? Che nesso c'è tra la biologia e le norme del linguaggio? Perché gli animali non parlano? E come comunicano le macchine? Se ne discuterà giovedì e venerdì prossimi nel convegno "Artificial grammars in humans, animals and machines", organizzato dal Nets dello Iuss di Pavia, diretto dal linguista e neuroscienziato Andrea Moro. Professor Moro, come si fa a mettere in relazione la struttura delle grammatiche con la struttura del cervello? «È difficilissimo, anzi, non siamo ancora in grado di farlo direttamente, perché il cervello è fatto di neuroni, mentre le grammatiche di parole e morfemi: elementi troppo diversi tra loro. Immagini di dover studiare come gli animali digeriscono senza, però, poter aprire gli addomi e capire come funzionano: l'unica cosa che si può fare è preparare cento piatti con cento ingredienti diversi e vedere quali sono commestibili e quali no. Ecco, noi facciamo lo stesso con il linguaggio». Cioè? «Creiamo dei codici linguistici che sono simili grammaticalmente alle lingue parlate, altri strutturalmente impossibili e poi verifichiamo, attraverso la tecnica della neuroimmagine, come il cervello, sottoposto ad essi, reagisce. Così si dimostra scientificamente la teoria di Chomsky, perché l'encefalo umano rifiuta le lingue inventate che non seguono le regole di quelle esistenti: le fa trattare da circuiti cerebrali che non sono quelli linguistici e non le comprende». Non è proprio la comprensione che fa da spartiacque tra il tipo di linguaggio degli uomini e degli animali? «Innanzi tutto bisogna distinguere tra "linguaggio" e "comunicazione". Gli animali comunicano e devo dire che, seppur limitativamente, comprendono, ma è solo l'essere umano che è in grado d'inventarsi un codice verbale. Per molto tempo ci si è chiesti se la nostra capacità dipendesse da una specifica conformazione del canale fonatorio. Così si sono fatti degli esperimenti per insegnare allo scimpanzé il linguaggio dei segni e sa che cosa è risultato? Che era in grado di apprendere ben 128 parole, ma che, esaminando diciannovemila frasi, per la scimmia, se l'ordine delle parole cambiava, non cambiava il significato. Dunque è come se lo scimpanzé avesse il dizionario ma non le regole, non la sintassi». Quindi qual è la proprietà che distingue in modo specifico le lingue umane dalle altre? «La ricombinazione: noi possiamo con pochi elementi costruire più frasi. Non è tanto il contenuto, cioè di cosa parliamo, ma la forma: se io ho tre parole, come due nomi propri ed un verbo (Caino, Abele e ucciso), posso costruire due proposizioni (Caino uccise Abele e Abele uccise Caino). Qui, l'ordine, cioè la combinazione, veicola il significato, diventando la prova che le lingue umane sono diverse da tutte quelle degli altri animali e, fatto decisivo, tutte le lingue degli animali sono simili». Per quanto riguarda le macchine? «Le macchine, i computer, nonostante utilizzino codici complessi, possono solo far finta di parlare; in realtà simulano, perché non comprendono». Gaia Curci