La grande fuga dei minori Spariti in 5mila

di Maria Rosa Tomasello wINVIATA A CATANIA Il ragazzo non guarda il mare, ne ha già visto abbastanza. Seduto su una panchina, osserva un gruppo di bambini che tira calci a un pallone sul lungomare di Pozzallo, l'infanzia che ha perso nella fuga dalla Somalia, nelle prigioni della Libia, nella traversata sul barcone. Non prova invidia Hashem, perché anche se ha solo 15 anni pensa che il tempo dei giochi per lui è finito. «Sono scappato da Mogadiscio, c'era la guerra, niente scuola. Pensavo alla Germania, ma mi hanno preso le impronte e dovrò restare in Italia. Ma voglio andare via da Pozzallo, sono qui da un mese, e non ho i soldi per partire. Chi aveva i soldi l'ha già fatto. Voglio arrivare a Milano, trovare un lavoro, e tra cinque anni portare qui la mia famiglia». Il ragazzo indossa abiti vecchi e pantofole. Per arrivare fino a questo porto della provincia di Ragusa, diventato uno dei principali approdi delle navi che salvano decine di migliaia di vite nel Mediterraneo, ha attraversato l'inferno libico, e quell'inferno ce l'ha inciso addosso. La pelle delle mani è punteggiata di macchie bianche, forse segni della scabbia. Una fasciatura su un ginocchio copre una ferita provocata dalle violenze subite durante la prigionia: «Sono rimasto per tre mesi in una casa, eravamo in 170. Dormivamo in piedi, non c'era spazio per sdraiarsi. Mi dicevano: se non ci dai i soldi ti uccidiamo. La Libia è morte. I miei genitori hanno pagato 5.000 dollari per il riscatto. Poi 2.000 dollari per la traversata, eravamo in 400 sulla barca». Hashem è uno dei quasi novemila (8.553 al 17 giugno) minori stranieri non accompagnati arrivati in Italia dall'inizio dell'anno, bambini e ragazzi con pieno diritto a tutela, assistenza e protezione. Alla fine di maggio i minorenni presenti nelle strutture erano 12.005 (8.026 nel maggio 2015), in maggioranza maschi tra i 16 e i 17 anni, mentre 5.241 risultavano "irreperibili", perché si erano "allontanati" dalle comunità di accoglienza. In gran parte egiziani, somali come Hashem, eritrei: nel 2015, secondo Europol, 10mila minori stranieri sono scomparsi dopo il loro arrivo. Alcuni per raggiungere parenti o amici in Italia o in altri Paesi europei, altri per finire nelle braccia della criminalità, mentre il sistema non riesce a offrire loro, in molti casi, l'accoglienza a cui hanno diritto, con tempi d'attesa estenuanti e servizi carenti. Fuggono dagli hotspot, i centri in cui avviene l'identificazione dopo gli sbarchi (oggi a Pozzallo, Trapani, Lampedusa e Taranto), all'interno dei quali i migranti non dovrebbero restare per più di 72 ore e dove restano a volte per settimane, e dalle strutture di prima accoglienza. Fuggono dalle comunità di seconda accoglienza (1.050 quelle accreditate), che in regioni come la Sicilia (268) si sono moltiplicate col moltiplicarsi degli arrivi e dove, accanto alle eccellenze, fiorisce l'improvvisazione e prosperano gli affari. Fuori dal centro allestito dentro il perimetro del porto di Pozzallo, sorvegliato dai militari e inaccessibile per i giornalisti, i ragazzi vanno e vengono lungo la strada bollente. Un giovane eritreo di 17 anni, alto e magro con una felpa azzurra, indica i jeans: «Da quando sono arrivato, è quasi un mese, mi hanno dato solo questi pantaloni». Un gruppo sciama verso il paese. Sono sei, il più piccolo ha 14 anni, gli altri 16 e 17. «Io volevo andare a scuola, ma non c'erano soldi. Mio padre è morto, e allora tutta la mia famiglia mi ha dato quello che serviva per partire» racconta Iaia, 17 anni, arrivato dal Benin dopo un viaggio di un mese e una settimana nelle prigioni libiche: «Non vogliamo più stare nel centro. Altri partono, noi no, ma nessuno ci spiega niente». Marianna Cento è psicologa e coordinatrice dell'équipe di Ragusa del progetto Faro per Terre des Hommes, l'associazione che dentro l'hotspot di Pozzallo è impegnata nel supporto psicologico dei minori non accompagnati, delle famiglie con bambini e delle donne in gravidanza. «I giovanissimi hanno spesso subito gravi traumi - racconta - Un giorno un ragazzo della Costa d'Avorio ha cantato una canzone scritta durante la prigionia in Libia, un brano in cui chiedeva ai genitori di proteggere i figli e di non farli più partire. È stato commovente ascoltarlo». Quelli che scappano li incontrano spesso gli attivisti della Rete antirazzista catanese come Alfonso Di Stefano e Gian Marco Catalano che ogni giorno presidiano la stazione dei pullman di Catania da dove partono le autolinee per Roma. «Molti ragazzi arrivano qui con i biglietti già pagati, a volte con sedicenti "zii". Abbiamo visto spesso bambini, dai 10 ai 15 anni. Fuggono da comunità dove non vengono neppure ascoltati, dove non si parla la loro lingua - racconta Gian Marco -. Se non hanno parenti spesso finiscono nelle mani di trafficanti di terra. Noi siamo a conoscenza di un giro di prostituzione di giovanissimi eritrei alla stazione di Milano». Un giro simile era stato scoperchiato nel 2015 alla stazione Termini di Roma. Le giovani nigeriane, nella maggior parte dei casi, finiscono sulla strada, gli egiziani sfruttati nei mercati per pochi euro. Alle 19.30 un gruppo di giovani migranti scende da un pullman in arrivo da Siracusa. Gian Marco aggancia un ragazzo che incurante del caldo indossa un giubbotto invernale. Ha 17 anni, è del Mali. Si fa chiamare Mario. Con lui ci sono due fratelli di 16 e 17 anni della Costa d'Avorio, e più in là resta in disparte un gruppo di cinque ragazzine eritree. «È stato un "cugino" a compraci il biglietto. Siamo scappati da una comunità di Siracusa- lì mangiavamo e dormivamo, e basta, ma noi vogliamo andare a scuola». «Non ci davano niente, neppure i vestiti - spiega Amadi mentre il fratello Konte annunisce -. Quello che abbiamo addosso, ecco, viene dall'immondizia». Saluta, e con gli altri scompare dentro il pullman. ©RIPRODUZIONE RISERVATA