Senza Titolo
(continua dalla prima pagina) Vigevano da anni non è una città pacifica. L'hanno dimostrato gli omicidi tra albanesi per il controllo della prostituzione, una guerra risolta dai carabinieri con decine di arresti, e lo conferma questa nuova indagine. A leggere le carte si resta atterriti dal gran numero di armi a disposizione della banda, ma anche dall'utilizzo della violenza come strumento di pressione. Preoccupa la rete criminale che questa gang aveva creato, e che i carabinieri stanno smantellando, ma c'è un aspetto che chiama in causa la società civile: la passività di fronte alle loro azioni. Spesso si dice, ed è comprensibile, che la passività è figlia della paura, ma le intercettazioni dimostrano che c'è anche dell'altro. Basta leggere i passaggi in cui i criminali parlano delle auto bruciate o delle minacce su commissioni per capire che c'era a Vigevano chi aveva deciso di appoggiarsi a questa banda per risolvere i propri problemi. E poco importava che i metodi proposti non fossero legali. Di fronte alla crisi economica, c'era chi si rivolgeva alla banda per ottenere lavoro o per convincere un cliente a non cambiare fornitore. Qualcuno interpellava la banda anche per dissuadere un rivale in amore. Il disprezzo delle regole che ha tradito i criminali, spingendo i carabinieri a indagare su di loro dopo averli visti fare i prepotenti davanti alle scuole, si ritrova anche nelle persone che ai criminali hanno deciso di rivolgersi, come se fosse normale prendere scorciatoie illegali. I carabinieri vanno ringraziati per aver aperto gli occhi ai vigevanesi e agli abitanti dell'hinterland, ma sarebbe sbagliato pensare che reprimere sia l'unica soluzione. I cittadini devono cominciare a riconoscere i segnali d'allarme, come tentano di fare le associazioni già presenti sul territorio come Libera. A chi guardava senza capire va data l'attenuante di non aver avuto il quadro d'insieme, spesso nemmeno i sindaci ce l'hanno. Leggevamo di auto incendiate, ma pensavamo a cortocircuiti, al massimo al gesto di uno stalker. Vedere riunite nella mappa pubblicata ieri le auto incendiate o danneggiate e le molotov davanti alle attività commerciali è stato come togliere un velo davanti agli occhi. Leggere di una trentina di episodi in un anno e mezzo è stato come mettere i vigevanesi di fronte alla propria superficialità, perché è successo, ma non se ne sono accorti. In Lomellina non c'è nemmeno la scusante della prima volta, perché già in passato la malavita organizzata qui aveva messo radici. Se, come dice lo scrittore Piersandro Pallavicini, i criminali volevano prendersi tutto prima che Vigevano decada, è arrivato il momento per i vigevanesi di alzare lo sguardo e reagire, perché la decadenza morale sta accompagnando quella economica. O i criminali si prenderanno tutto la prossima volta. Claudio Malvicini