Tito Rocco: «Conte come mio padre»

di Ciro Esposito wTRIESTE «Ho visto la partita con il Belgio con un gruppo di amici è ho detto loro: guardate che Conte sta facendo giocare Darmian a destra come faceva mio papà con Sabadini nel Milan nelle partite di Coppa dei Campioni». Tito Rocco, figlio dell'indimenticabile Nereo, ha avuto un motivo in più per seguire gli azzurri. Un sistema di gioco incardinato nella difesa come faceva suo padre. «Tutti parlano di catenaccio ma non era così - spiega Tito - Forse al Padova. Ma nel Milan Rosato, Schnellinger e Trapattoni erano giocatori che sapevano uscire palla al piede. Diciamo che con Conte ho rivisto il gioco all'italiana in chiave moderna». Del resto il commissario tecnico non aveva grandi alternative, anche per gli infortuni dei centrocampisti, e ha impostato il gioco con pragmatismo. «Le squadre allenate da papà avevano una filosofia: primo non prenderle, poi un regista in grado di lanciare una punta forte, capace di segnare o di far la sponda e alzare la squadra. Nel Milan l'asse era Rivera-Prati. Conte, una volta perso Verratti, ha utilizzato Bonucci e De Rossi per Pellé e con gli inserimenti improvvisi di Giaccherini. Rispetto alle aspettative l'Italia ha fatto molto meglio di quanto si aspettassero i tifosi: e credo che il grande merito sia proprio di Conte che è stato capace di creare un gruppo e un sistema di gioco nel quale tutti gli uomini in campo sapevano dove stare e come aiutarsi». La compattezza e la carica agonistica sono sempre state anche le caratteristiche delle squadre allenate da suo padre. «Non tutti gli allenatori sono in grado di fare questo - continua il figlio del paròn - Ci vuole la giusta carica e la capacità di trasmettere ai giocatori energia e carattere. E poi il tecnico deve avere la capacità di farsi ascoltare e seguire dai giocatori. In questa Italia mi sembra che il commissario tecnico ci sia riuscito puntando sugli stessi uomini anche a costo di critiche». Tutte qualità che di solito hanno gli allenatori di campo. Anche per questo Conte non si è trovato molto a suo agio come commissario tecnico. «Io ho conosciuto Conte a Trieste quando nel 2009 ha dato una lezione di calcio alla Triestina (in Serie B ndr) con un 3-0 al "Rocco". È una persona tranquilla ma quando entra in campo si trasforma. Mio padre diceva appunto questo: che il segreto per vincere è lo spogliatoio». Insomma sono allenatori che devono essere ogni giorno in campo. «Nereo diceva: io ogni martedì voglio guardare in faccia i giocatori e ogni giorno voglio sentire l'odore dell'erba». Questo è mancato a Conte come sarebbe mancato a Rocco. La difesa, con bravi giocatori, si può organizzare ma le anime e il carattere vanno forgiati giorno per giorno. ©RIPRODUZIONE RISERVATA