SOLO QUALCHE RARA FRASE

Stanno per arrivare le semifinali, prepariamoci, è l'eccellenza delle eccellenze. Resti un segreto: io amo di più i quarti di finale, in ogni sport, perché sono di altissimo livello ma di solito ospitano anche delle sorprese, qualche outsider, storie ancora non raccontate… le semifinali invece sono elitarie, un club riservato, dove si beve champagne, magari improvvisamente aspro (per chi perderà) ma pur sempre con tante bollicine che salgono verso il limite del calice. Se perdi in semifinale mica ti tirano i pomodori: al massimo è un urlo strozzato, un rimpianto, un coito interrotto. Gli americani in questo sono più furbi di noi perché spesso, quando arrivano le semifinali, le chiamano "final four": le finali a quattro. Insomma: sono già finali. E questo è un bel sollievo, no? Le semifinali hanno la straordinaria capacità di drenare le parole, riducendole, selezionandole. Non c'è più una grandine di parole: semmai è una pioggerella leggera come in Scozia a giugno, ecco. Si parla meno perché ci sono meno personaggi da rivelare, meno sipari da alzare a sorpresa. Le parole tramontano e sorgono, inesorabili, i fatti. Allora avviciniamoci alle semifinali con qualche rara frase che ha resistito al tempo e alla tensione. «Il calcio è un gioco semplice: ventidue uomini rincorrono un pallone per novanta minuti, e alla fine la Germania vince»: la brillante amarezza di Gary Lineker dopo la sconfitta dell'Inghilterra contro i tedeschi a Italia '90. «Se potessi clonare me stesso, andrebbe tutto bene. Ma non posso farlo. Così, perdiamo». L'autostima di LeBron James dopo la terza gara di semifinale playoff persa da Cleveland contro Orlando nel 2009. «Mio figlio tiene un comportamento migliore del tuo. Lo porterò a giocare con te». La ferocia di Jimmy Connors rivolta al maleducato John McEnroe durante la semifinale di Wimbledon 1980. Brillantezza pur nella sconfitta. Autostima. E ferocia. Ecco, siamo arrivati nell'élite della gara. Buone semifinali a tutti. @fbrancoli ©RIPRODUZIONE RISERVATA