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Ma gli inglesi sono europei? Il dubbio documentato di Camon ieri su questo giornale, su come vivono, mangiano, guidano, bevono, diverso dal modo di noi "continentali", diverso finanche nelle prese elettriche, diverso nel misurare distanze e pesi e via di seguito, è senz'altro fondato. E dunque, verrebbe da concludere, per fortuna che se ne sono andati dalla casa Europa. Che ci stavano a fare, con noi? Eppure...! Per cominciare, il nostro modo di stare insieme, nel continente, oggi, nella "CasaEuropa", che altro non è se non una Confederazione, appartiene alla nostra storia continentale, ma di molti secoli fa, perché poi venne distrutto dalle monarchie cosiddette assolute (come quella del Re Sole in Francia o del "nostro" Giuseppe II nell'Impero austriaco). Viceversa, in Inghilterra la monarchia non riuscì a diventare assoluta, ossia il re dovette continuare a venire a patti con altri "signori" e "poteri", ciò che avrebbe fatto del Parlamento inglese il modello cui tutte le democrazie moderne si sarebbero ispirate. Poi: volendo conservarsi padrona in casa propria, la monarchia inglese giocò per secoli, sino a Hitler e al suo Terzo Reich, il ruolo di potere "bilanciante" alleandosi a chi, sul Continente europeo, cercava di assoggettare tutti gli altri al proprio dominio. Fu così nel Settecento, così con Napoleone, così con la Russia zarista, così nella prima guerra mondiale. In questo modo fu l'Inghilterra a salvare (certo, a caro prezzo) valori come libertà e democrazia per gli Europei. Ed ancora: furono le sue colonie americane a modernizzare il confederalismo europeo medioevale facendone lo strumento (federale) che avrebbe permesso a un intero continente come il Nordamerica di diventare la potenza mondiale che sappiamo. E al Federalismo americano, attraverso la mediazione di autori inglesi degli anni Trenta, si sarebbero ispirati i visionari europei come Einaudi, come Spinelli, e poi De Gasperi, Schuman, Adenauer, nel tentare di unire in modo finalmente pacifico e democratico, e non con la forza delle armi, l'Europa. Non basta: a fronte della minaccia sempre più seria del Nazismo e di Hitler, partì proprio dall'Inghilterra, alle soglie della guerra, un richiamo popolare, promosso da giovani animosi, agli Europei che ancora non erano caduti in balia di dittature o "poteri forti" come in Germania, Spagna, Italia, Russia, perché si unissero in forme federali alla Gran Bretagna. Poi... Sì, poi è cominciata una storia assai meno eroica. Con una parte ampia di Europei, inglesi e continentali, decisa a salvaguardare l'orticello di casa. Saltato il gran fosso della divisione tra industria pesante tedesca e francese con l'invenzione (Jean Monnet) della Ceca, riuscì impossibile convincere i Francesi (pur con le pressioni americane) a fare un solo esercito europeo (la Ced) degli eserciti nazionali rinati. In Francia era opinione largamente diffusa, probabilmente maggioritaria, che si potessero "salvare" le colonie: il Vietnam, l'Algeria. E così la Ced fu bocciata. Da allora ogni passo avanti dell'integrazione ha dovuto far i conti con analoghe miopie. Contro i ragazzi che col Latino di oggi, l'Inglese, vanno dappertutto e non riescono a giustificare frontiere, monete diverse, chiusure psicologiche, già oggi cittadini d'Europa, stanno interessi facilmente coagulabili tra quanti dalla divisione traggono profitto (non sono pochi e si annidano in tanti gangli sensibili delle nostre società). Non c'è più l'Algeria, ci sono altri interessi. E quelli autenticamente federali non riescono ad avere la meglio, perché la difesa dello status quo è sempre più facile del cambiamento, dell'attacco alle rendite di posizione. Quei miei coetanei che nell'Inghilterra "profonda" hanno fatto prevalere il no all'Europa non sono più colpevoli dei milioni di Francesi che si illudono di poter spuntare migliori condizioni salariali in uno Stato francese relativamente indipendente o dei Polacchi che sognano non si sa cosa ma sognano, come hanno sempre fatto da che li si incontra sulle pagine dei manuali di Storia. E a chi facciamo pagare il conto, noi Federalisti, dell'opposizione a Spinelli nei suoi ostinati, intelligenti, reiterati tentativi di far diventare costituenti europei i "deputati" di Strasburgo? Avendo cominciato a sognare un'Europa finalmente federata quando le ferite della guerra ancora sanguinavano, guardo e ascolto non con rassegnazione ma certo con tristezza Europei che tornano a reclamare "poteri" nazionali: giusto quelli che ci avevano portato ai disastri ripetuti delle due ultime terribili guerre mondiali. Ci salveranno i nostri ragazzi? Ma in chi altro sperare? Giulio Guderzo Pavia