“Uno per tutti” Mimmo Calopresti racconta il suo film

PAVIA In principio era un libro carico di suggestioni cinematografiche che, alternando flash back e tempo presente, raccontava la storia di un gruppo di amici d'infanzia che si ritrovano da adulti per la resa dei conti di un passato difficile. Quel principio era "Uno per tutti", il romanzo che Gaetano Savatteri – scrittore e giornalista Tg5 di origini siciliane ma nato e cresciuto a Milano – pubblicò con Sellerio nel 2008, scavando nelle dinamiche dell'amicizia maschile e mettendo al centro dell'attenzione alcune tematiche a lui assai care: il destino, la colpa e il principio di responsabilità delle proprie azioni. Tematiche che hanno affascinato anche il regista e scenneggiatore Mimmo Calopresti, che alla fine dell'anno scorso, dopo otto anni di lontananza dal set è tornato alla regia con la versione cinematografica di "Uno per tutti", con un supercast che include anche Isabella Ferrari e Giorgio Panariello (al suo primo ruolo drammatico) e qualche "licenza" sulla trama e sull'ambientazione, con la benedizione dello stesso Savatteri. Chi non avesse visto il film potrà farlo questa sera alle 20.30, al Collegio Universitario Santa Caterina, con proiezione e, a seguire, dibattito tra il regista e lo scrittore (via San Martino 17/b, ingresso libero). Calopresti, perchè ripartire proprio da "Uno per tutti"? «M'interessava il rapporto tra il passato e il presente, mi piace molto. Detesto il sistema di oggi che tende ad uccidere la memoria. Non capiamo da dove arriviamo e non vogliamo farci etichettare per le nostre origini. Viviamo nell'epoca dell'uomo nuovo: quello che non è di sinistra, non è di destra, non è comunista, non è fascista, e però alla fine non è niente. E' il grande problema esistenziale di questo tempo, un problema d'identità che ci porta a prendercela con i disgraziati che scappano da situazioni orribili, perché definire lo "straniero" ci aiuta a definire noi almeno come "non stranieri". Non avendo memoria ignoriamo di essere stati a nostra volta immigrati e stranieri. Cos'ha cambiato rispetto al libro? «La parte dell'oggi è quella su cui ho lavorato di più, anche se quella del passato la sentivo mia perché, come Gaetano, sono figlio di immigrati dal sud. Ho scelto di costruire un film veloce, come veloci sono la vita dei protagonisti, e il tempo con cui devono prendere le loro decisioni. La vera "licenza" però, è stata la scelta di ambientare il film a Trieste, tra il porto vecchio e il porto nuovo, anziché a Milano. Gateano all'inizio mi diceva "Milano però rende bene il senso di claustrofobia da hinterland, mentre Trieste, con il mare, no". Allora gli ho spiegato che secondo me il mare rende bene l'idea della possibilità della fuga e ogni uomo ha il diritto di pensare che un giorno, se vorrà, potrà fuggire. Gli è piaciuta, l'ho convinto». Marta Pizzocaro