Migliaia di iscritti in fuga nel mirino ora c’è Orfini
di Fiammetta Cupellaro wROMA «Prima te dicono de menà, poi se lamentano se qualcuno se fa male…», così commentava un militante del Pd romano quando è scoppiato lo scandalo delle tessere false facendo intuire le responsabilità del partito per quella vicenda mai chiarita. Era l'ottobre del 2103. Da quel momento, il partito nella Capitale è stato investito da un terremoto dietro l'altro. Prima il coinvolgimento di consiglieri comunali e regionali nell'inchiesta "Mafia Capitale", la decisione del premier-segretario Matteo Renzi, di commissariare la federazione romana e di metterne il destino nelle mani di Matteo Orfini, poi la mappa dei 27 "circoli dannosi" stilata da Fabrizio Barca, infine la parabola triste del sindaco Ignazio Marino, portato in Campidoglio con oltre il 60 per cento poi «messo gentilmente alla porta» passando per lo studio di un notaio. «A Roma c'è il peggior Pd d'Italia» è stata la sentenza di Renzi dopo gli arresti del "mondo di mezzo", promettendo che «nel giro di due anni», il partito romano sarebbe diventato «un modello per Napoli e Milano». Al momento, però anche i vertici della federazione campana stanno per essere azzerati, mentre a Milano si vive nell'incubo che al ballottaggio il centrosinistra possa perdere palazzo Marino. Un viaggio nei circoli del Pd romano rivela come il partito nella Capitale sia confuso, incerto, disgregato. Difficile capire chi comanda nella Capitale. «Manca un gruppo dirigente che controlla gli umori, le spinte che arrivano sulla base da molte direzioni» spiega Pierpaolo Bellu, giovanissimo segretario della sezione di San Giovanni, immortalata da Diego Bianchi (lo Zoro della trasmissione Gazebo) nel film "Arance e Martello". Confida che molti suoi amici, che prima votavano Pd, al primo turno hanno votato Cinquestelle. «L'azione del commissario non ha né pacificato, né unificato il partito: ogni circolo va per conto suo, alcuni subiscono ancora le pressioni dei capibastione che Renzi si era impegnato a cacciare», commenta sconsolato Lino Senziola uno dei vecchi iscritti allo stesso circolo che confida: « 'na bottarella a Renzi gli serverebbe per fargli capire che le decisioni non possono essere calate dall'alto, ma condivise. Prima incita gli elettori a non andare a votare e spetta a noi poi spiegare perché non è giusto votare contro le trivellazioni, adesso ci dice "dovete mobilitare i militanti a votare", ma qui facciamo fatica perfino a far partecipare ad una riunione chi ha la tessera del partito da 30 anni. Figuriamoci obbligarli a votare chi non vogliono. Il candidato ideale per Roma? Alle primarie a San Giovanni ci siamo divisi tra Giachetti e Roberto Morassut che di Roma conosce pure i sampietrini» però promette «il 19 giugno saremo leali. Perché se perdiamo sarà un casino». Tra pochi giorni questo popolo confuso e stanco andrà a votare, mobilitando quel che resta del partito. «Chiuderò la mia esperienza di commissario prima dell'inizio del Giubileo» aveva annunciato Orfini nel marzo 2015, ma il Pd romano però è ancora sotto tutela, e un gruppo di iscritti ha trascinato il commissario in tribunale facendo bloccare dai giudici il progetto "Luoghi Idea(li)". Quel famoso piano stilato da Barca e da cui secondo Renzi sarebbe dovuto rinascere il partito. I giudici il 19 maggio scorso, hanno sospeso (in via cautelare) la delibera con la quale il commissario si attribuiva «il compito di emanare l'elenco delle sezioni territoriali, di quelle del lavoro e delle sezioni tematiche, di stabilire le regole per il tesseramento e l'iscrizione». «La delibera è in contrasto sotto vari aspetti con gli statuti nazionali e regionali del Pd che riconosce ai circoli autonomia organizzativa, politica e patrimoniale» hanno scritto i magistrati. Tutto da rifare dunque per Orfini e Barca. «Orfini? Barca? Giachetti? Mai visti a Tor Bella Monaca. C'hanno detto de' chiude ma qui come se chiude la sezione Pd arriva Casa Pound» è la previsione di Angelo Colasanti, il più vecchio iscritto alla sezione dello scandalo. Nel frattempo, senza una guida e senza un congresso, gli iscritti del Pd a Roma sono scesi dai 12mila del 2012 ai circa 5mila di oggi. Il partito ha accumulato più di 2 milioni di euro di debiti, tra sezioni storiche che rischiano di essere smantellate come Testaccio che non ha i soldi per pagare le bollette o Giubbonari al centro di una lunga causa per morosità, tra risse e furti, come a Tor Bella Monaca oppure quelle che, sfidando apertamente il commissario che gli ha imposto di chiudere continuano a restare aperte. Accade alla sezione storica di Donna Olimpia (Monteverde) dove, il giovane segretario Federico Spannaciati, nonna partigiana e lavoro di avvocato, sta tenendo testa ad Orfini. «Ci voleva escludere dalle primarie, proprio questa sezione, una delle più antiche di Roma, dove erano iscritti Giancarlo Pajetta e Miriam Mafai, ma le abbiamo fatte lo stesso, in cortile». ©RIPRODUZIONE RISERVATA