«Non mi sono adeguato e ho lasciato il collegio»

di Maria Fiore wPAVIA «Il mio impatto in collegio è stato devastante. Ancora più grave è stato l'episodio che mi ha coinvolto e che mi ha spinto a lasciare il Borromeo pochissimi giorni dopo il mio ingresso. Non ce l'ho con il collegio, di cui purtroppo non ho potuto vivere la parte migliore, e neppure con la goliardia, ma quel sistema non faceva per me». Nicola Redolfi, studente originario di Paratico, in provincia di Brescia, ha 19 anni e frequenta Medicina a Pavia. È uno dei due studenti vittime, secondo l'inchiesta della procura di Pavia, di episodi di nonnismo al collegio. Oggi abita in un appartamento, insieme ad altri studenti, ma lo scorso anno aveva ottenuto, per merito, un posto al Borromeo. Lo ha lasciato dopo quattro giorni. Redolfi, ottenere un posto al Borromeo, uno dei collegi più prestigiosi d'Italia, non è facile. I posti sono pochi. Cosa l'ha spinta a lasciarlo? «Un episodio che, per come sono fatto, non ha lasciato spazio ad alcun ripensamento. É vero, al collegio è difficile entrare e io ci sono entrato sostenendo la prova scritta, a settembre, e poi l'orale, ma se tornassi indietro lo rifarei. Non potevo restare: chi arriva a fare una cosa del genere può andare anche oltre, anche perché a differenza delle altre matricole io ci sono arrivato due settimane dopo, per motivi di salute». Lo ha già raccontato agli inquirenti, ma ci spiega cosa è successo? «L'episodio è avvenuto il secondo giorno che ero in collegio. Ero con altre matricole nella stanza del Caffè 65, nella zona Paradiso, dove ci si ritrova dopo cena. Ci furono degli scherzi, in realtà nulla di particolare. Ci fecero ballare, ci invitavano ad avvicinare le ragazze, anche a palpeggiarle...» A palpeggiarle? «Sì, per quanto possa sembrare assurdo queste cose possono rientrare nelle dinamiche del collegio. Anche strisciare per terra...». E poi? «Alla fine della serata, quando la gente ha cominciato ad andare via, verso mezzanotte, un fagiolo ha chiesto a me e un'altra matricola di portarlo di peso nella sua stanza, in cima al caffè. L'altra matricola è stata congedata, a me è stato chiesto di restare in camera. La cosa mi è sembrata subito strana, perché le regole del collegio dicono che le porte non devono mai essere chiuse a chiave. Mi sono insospettito, poi preoccupato quando ho visto il "fagiolo" tirare da un cassetto un coltello». Che reazione ha avuto? «Ero atterrito, spaesato, non sapevo neppure cosa pensare. Lo studente ha scaldato la lama e poi l'ha avvicinata al mio occhio, a un centimetro. Potevo percepire il calore. Sono rimasto immobile perché potevo davvero farmi del male». Questo episodio è al centro di un'inchiesta della procura. Lo studente indagato è stato anche sospeso. Ci sono stati anche altri episodi nel periodo in cui è rimasto al collegio? «Sono rimasto pochissimo, in realtà, ma mi è bastato a capire come funzionavano le cose. Le matricole erano obbligate a strisciare, a restare svegli. Io sono arrivato due settimane dopo, ma proprio nel periodo chiamato del "culo istituzionale". Ci sono riti che all'esterno dei collegi sembrano incomprensibili, dentro hanno una loro logica, ma io non l'ho mai accettata». Cosa ha fatto dopo l'episodio del coltello? «Ho avvisato i miei genitori, non ho mai nascosto nulla di quello che succedeva tra le mura del collegio, non lo trovavo giusto». E poi se ne è andato. «Mi è dispiaciuto e anche alla mia famiglia, per i sacrifici fatti, ma sono stati anche i miei genitori a consigliarmi di lasciare. D'altra parte l'impatto iniziale era stato terribile, da giorni non riuscivo a dormire. Anche perché, ribadisco, io sono arrivato dopo, altre matricole hanno avuto il tempo di metabolizzare l'ingresso traumatico». Molti, però, sono rimasti. Perché lei no? «Forse perché non siamo tutti uguali, io non riuscivo ad adeguarmi a quelle regole. So già che non ce l'avrei mai fatta. La libertà per me è la cosa principale, non si può restare in un posto che incute paura, dove la privacy non esiste. C'era una prassi, che dura quasi tutto l'anno: rifare le stanze, che significa che ti mettono a soqquadro la camera dove vivi, spostano i mobili, aprono gli armadi e mescolano i vestiti. Ti tocca rimettere tutto a posto. Questo "scherzo" è tipico della goliardia, ma per me era inaccettabile». Quanto tutto questo può condizionare la vita di uno studente? «Non saprei rispondere, perché sono rimasto poco nel collegio. Non capisco alcune regole e tradizioni, ma ho capito benissimo una cosa: che se uno decide di restare nel collegio non ci si può chiedere perché. Ci sono solo due possibilità: andarsene oppure autoconvincersi che è normale così. Le matricole devono sopportare comportamenti assurdi e tanti hanno meditato di uscire, ma a distanza di anni sono certo che questi ragazzi troveranno delle ragioni positive per essere rimasti, perché tutto sommato quell'esperienza ha avuto un senso, si sono create delle amicizie importanti o altro». Sta dicendo che all'interno del collegio ci si può non rendere conto di alcuni comportamenti? «In un certo senso è così, la realtà del collegio è molto diversa da quella esterna. Si arriva a perdere il senso del tempo e della realtà, si può confondere ciò che è giusto e ciò che è sbagliato. A me è sembrato di vivere come in un sogno. Anzi, in un incubo. Sapevo che se avessi accettato di subire alcuni atteggiamenti forse li avrei riproposti. È un sistema basato sul rancore e sulla rabbia inespressa. Se si subisce per un anno intero, poi si cerca lo sfogo. Adesso so che la goliardia è praticamente finita, al collegio. Se fosse andata avanti, le matricole di quest'anno avrebbero portato avanti il sistema l'anno prossimo. Così non sarà». Ha scelto di andare a vivere in un appartamento con altri studenti. Meglio del collegio? «Diciamo che l'esperienza mi è bastata, anche se i collegi non sono tutti uguali. Mi sono costruito attorno dinamiche relazionali civili, ho tanti amici e soprattutto non ho sensi di colpa». (continua-2)