Protesta in Calabria per il migrante ucciso

SAN FERDINANDO Rabbia, esasperazione, ma nessuna violenza o guerriglia urbana. A San Ferdinando, in Calabria, il giorno dopo la morte di Sekine Traore, di 27 anni, il giovane del Mali ucciso da un carabiniere che era stato aggredito con un coltello dallo stesso immigrato, è tornata però a salire la tensione tra i migranti "ospitati" nella tendopoli in condizioni che definire precarie è un eufemismo. A più di sei anni dalla rivolta di Rosarno, e a pochi chilometri dai luoghi teatro di quella sommossa, un centinaio di immigrati extracomunitari, tutti centrafricani, tra l'indifferenza dei residenti, hanno dato vita ad un corteo pacifico di protesta. Una manifestazione, con tanto di cartelli "I carabinieri ci ammazzano come animali" e "Stop terror, migration no crime", ha attraversato le strade tra schiamazzi e slogan "Italia razzista, Italia mafiosa" e strali urlati contro i carabinieri, bollati anche loro come «razzisti e assassini». I manifestanti, controllati da un cordone di forze dell'ordine in abiti civili, si sono poi radunati davanti al Municipio di San Ferdinando, dove una delegazione è stata ricevuta dal questore vicario di Reggio Calabria, Roberto Pellicone, e da Francesco Pepe, rappresentante della Commissione prefettizia che regge l'Amministrazione, sciolta nei mesi scorsi per infiltrazioni mafiose. Ad accompagnare, i migranti, tra i quali c'era anche un cugino di Traore, Mamadou, il presidente dell'associazione di assistenza «Il Cenacolo», Bartolo Mercuri, che ha faticato non poco per tenere a bada i più esagitati. Alla fine dell'incontro è stato anche redatto una sorta di verbale in cui viene sancito l'impegno, da parte delle autorità, di rimpatriare la salma del giovane immigrato e di garantire una maggiore sicurezza all'interno della tendopoli. Nel corso dell'incontro, i migranti hanno sostenuto che da parte del carabiniere che ha sparato «è stato compiuto un eccesso», dal momento che, sempre secondo loro, la vittima aveva in mano solo un coltellino. I funzionari della Questura di Reggio Calabria, dal canto loro, hanno ribadito che il ruolo delle forze dell'ordine, «che non sono - hanno detto - nemiche dei lavoratori extracomunitari ma si pongono anzi a loro difesa. Prova ne è l'azione portata avanti contro il caporalato e il lavoro nero nella zona della Piana di Gioia Tauro, dimostrata dall'esito di diverse operazioni di polizia». La manifestazione si è poi sciolta con i migranti che hanno fatto rientro alla spicciolata nella tendopoli per poi ritrovarsi davanti alla tenda-bar in cui si è consumato il dramma. In tanti hanno ricordato la vicenda di Sekine, giunto come molti di loro in Italia a bordo di un barcone. Tra i presenti anche il cugino Mamadou, che ha detto di essere «troppo arrabbiato» e di attendere le conclusioni dell'inchiesta aperta dalla Procura della Repubblica di Palmi. «Sekine - ha detto un altro giovane africano - non beveva, non si drogava e non era pazzo. Era una persona tranquilla e da quando era qui non aveva mai avuto storie con nessuno».