Senza Titolo

di GIGI RIVA Si può tirare il fiato e «guardare dalla riva l'altrui rovina» (Lucrezio). È comprensibile, non è edificante. Perché bisogna essere pronti a voltare il cannocchiale: per essere preparati quando il cannocchiale si volterà da solo e ci saremo noi in mezzo al mare. I migranti sono come l'acqua nei vasi comunicanti, sfociano altrove, nel nostro Sud già invaso. La Libia (se c'è ancora una Libia) ne ha censiti all'ingrosso 800mila in attesa di partire. Solo da lì. E sono milioni che vogliono arrivare. Mura di pietra non fanno una prigione né sbarre di ferro una gabbia (John Donne). La massima adattata alla circostanza ci dovrebbe far diffidare dei muri che si sono eretti sulla dorsale balcanica, su su fino a Vienna. Una cura da pronto soccorso per il virus della paura. La causa remota della malattia non viene aggredita. Nessun muro è stato alzato per non essere prima o poi abbattuto. Nel frattempo non è degno dei tanto reclamizzati valori europei alzare le spalle e pensare: che si arrangi la Sicilia, o la Puglia. Ci siamo detti Stato moderno anche per quell'idea che in nome della solidarietà ci obbliga a dividere i fardelli. Ce ne dimentichiamo spesso, nell'egoismo ottuso che mai fa riflettere sulla domanda: chi è il mio prossimo? È il magrebino, è il siriano. Anche il siciliano o il francese di Calais. Così come ieri era il veneto, il friulano, il triestino, che supplicavano il resto del Continente: aiutateci, non ce la facciamo. L'emigrazione non è un pranzo di gala (parafrasi di Mao Zedong). Fa male anzitutto a chi vi è costretto. E provoca disagi anche enormi per chi la subisce. Però. Però intanto è un'illusione populista pretendere di fermarla. Mai successo, e i nostri nonni furono fra i più bravi a scavalcare muri. Però può essere una fortuna quando non si guarda l'orizzonte stretto delle elezioni di dopodomani ma un futuro lungo, cioè con una "visione" del Paese a vent'anni (anche meno). Per scoprire che saremo costretti, pena la riduzione della popolazione al lumicino, a implorare che vengano le braccia mancanti a sostenere una demografia e dunque un'economia anemica, sepolta sotto il peso dei piccoli numeri. Servirebbe una politica che accetta il rischio dell'impopolarità, che dice cose scomode ma necessarie, che si spende nella spiegazione complessa e rinuncia allo slogan efficace e vuoto, alla battuta da tweet. Che guida invece di essere vassalla di una pancia troppo rumorosa e incosciente per essere anche riflessiva e saggia. Una pancia comunque sazia se l'Europa resta l'area del mondo col reddito medio più alto, nonostante la lunga crisi. Per questo continua a essere sogno e meta, oggetto del desiderio. Si è costruita, questa nostra Europa, quando ha saputo immaginarsi un destino comune che ha preservato per 70 anni dalle guerre. Distribuendo prosperità e risorse. Proprio quanto i disperati della terra ci chiedono oggi di condividere, almeno in minima parte. Per poi essere immersi in quel flusso di mercato che ne ha assoluta necessità, nelle regole di una società liberale che, in quanto tale, se ne infischia della carta d'identità e guarda al profitto. Oltre che, naturalmente, alle regole. Tanto più saremo sicuri di una nostra identità costruita in positivo e non per opposizione quanto più saremo in grado di far rispettare quelle regole ai nuovi venuti, trasformarli in benvenuti in quella mescolanza che è da sempre la cifra di un Continente cresciuto, anche nelle sue fortune del passato, nel rispetto del forestiero se non nemico, se capace di accettare il modo di vivere che una società ha liberamente scelto, che è la spina dorsale della sua stessa essenza. I migranti, quasi scomparsi momentaneamente dal nostro orizzonte visivo, torneranno. A noi la scelta. Approfittare dell'intervallo concesso per prepararci al meglio ad accoglierli. O mettere la testa sotto la sabbia. E ripiombare nella sempiterna emergenza