Carlo e Francesca, una lunga storia d’arte

PAVIA Nel Cinquecento era consuetudine per i genitori mandare i figli "a bottega" da maestri d'arte per permetter loro di sviluppare le proprie doti: piccoli laboratori artigianali dove si aveva la possibilità di imparare il mestiere, facenti parte di una tradizione ormai andata perduta con la mentalità industriale dei nostri tempi. Ma ecco che rinasce una bottega a Pavia o, almeno, il simbolo di essa: quella dello scomparso scultore Carlo Mo e della figlia designer di gioielli, Francesca. Venerdì alle 17 verrà inaugurata la mostra "Mo+Mo", ospitata dallo splendido salone Teresiano della biblioteca Universitaria in corso Strada Nuova. Curata dalla sorella responsabile della collezione paterna Paola Mo e Antonella Campagna, funzionaria della biblioteca, sarà presentata dallo scrittore Mino Milani, l'architetto Filippo Tartaglia ed il gallerista Michele Subert. «Ero affascinata dall'idea di fare un tuffo nel passato rinascimentale, quando il padre era il modello della professione ed i figli imparavano da lui – spiega Paola Mo – Per la nostra famiglia è stato così, anche se, com'è naturale, non abbiamo seguito esattamente le sue orme. Mia sorella ha sempre avuto una sensibilità artistica ed è stata letteralmente allevata nella "bottega" di Mo, acquisendo una grande attenzione per i materiali e per le forme. Le loro opere, anche se completamente differenti, hanno due punti fondamentali in comune: la ricerca dell'essenzialità e dell'armonia». Nelle bacheche del salone settecentesco saranno esposte venti sculture di ridotte dimensioni di Carlo, più quaranta suoi disegni di bozze, e quindici gioielli di Francesca. Per quanto riguarda il primo, dunque, si tratta di un Mo piccolo, ma che mantiene ancora la propria monumentalità, nei suoi continui incastri e nelle sue sperimentazioni sull'acciaio inox isi 316 bis che gli dava la sicurezza della totale inossidabilità. Opere che non sono fatte per stupire al primo impatto, ma che scavano nell'emozione di chi le guarda attraverso il silenzio e la loro semplice presenza. «All'inizio non volevo che i miei orecchini, collane e bracciali fossero accostati ai capolavori di mio padre, perché non mi sentivo all'altezza – confessa Francesca Mo – Ma poi, riflettendo, mi sono convinta che è un modo per rendergli omaggio e ricordare quanto i suoi insegnamenti siano stati importanti per me. Da ragazza andavo a lavorare nella sua officina ed è grazie a lui che ho imparato a saldare, tagliare i fili e tutte le tecniche della professione, anche se io non sono mai stata scultrice, ma architetto e designer. C'è un contrasto tra di noi armonioso, un contrasto che paradossalmente dà pace e questa pace, ancora di più, viene valorizzata dal contesto in cui si trova la mostra: in mezzo a libri antichi e scaffali, nel silenzio e nella penombra del passato». La figlia racconta come nascono i suoi gioielli, fatti d'oro, d'argento, bronzo, ma anche plexiglass e sabbia. Racconta che tutto è nato dalle lunghe passeggiate di papà lungo il Ticino, quando, inseguito dai suoi bambini, cercava testardo qualcosa d'inspiegabilmente importante tra le rocce, per rendere il banale prezioso. Così, fa oggi Francesca. Non a caso la prima sua mostra, ormai risalente a anni e anni fa, presentava vetri di mare incastonati nell'oro come pietre inestimabili. Anche il tema ludico è presente nel lavoro della donna e, anzi, sarà il fuoco della fusione dei due artisti: lui un cavallino a dondolo, lei trapezisti appesi su fili d'oro e bambini sullo scivolo. Insomma, due arti che sembrano non avere nulla in comune, quella della scultura e del design, che dialogheranno tra di loro, provenendo dalla medesima bottega d'arte. «È una mostra nata da sola, per incastri del destino, non solo artistici – conclude la sorella Paola – Nostro padre amava il salone Teresiano; a volte, quando facevo ancora l'università, lo trovavo che si rifugiava tra questi libri: mi diceva che amava ciò che la loro essenza narrava e che aspirava la loro serenità. Di sicuro, non poteva esserci luogo migliore per riappropriarsi di un passato che irrimediabilmente sfugge e che solo l'arte è in grado di rievocare». La mostra "Mo+Mo" è aperta fino al 4 giugno e gratuita. Orari: da lunedì a venerdì 8.30-18.30, sabato 8.30-13.30. Gaia Curci