L’OPINIONE
(segue dalla prima) È proprio nel partito in teoria più nuovo, post ideologico e addirittura post politico, il Movimento Cinque Stelle, che avvengono i fatti più clamorosi. L'espulsione del sindaco di Parma Pizzarotti e la dichiarata disponibilità di Virginia Raggi, in caso di elezione a sindaco di Roma, a farsi da parte su richiesta del "Garante" in caso di avviso di garanzia hanno destato scandalo, e non poteva essere diverso. Abbiamo sentito ripetere concetti cari alla stagione d'oro dei sindaci, dopo l'introduzione dell'elezione diretta: che un sindaco rappresenta innanzitutto la propria città, che deve rispondere ai cittadini, che deve essere libero anche di trattare coi partiti che lo sostengono, e soprattutto col suo, in virtù del mandato diretto che ha ricevuto. Eppure a pensarci bene proprio il caso Roma dimostra che al di là degli aspetti inquietanti e di scarsa trasparenza del meccanismo dello "Staff", denunciati proprio da Pizzarotti, scagliare la prima pietra è rischioso. Non era stato forse eletto dai cittadini, oltretutto dopo aver vinto le primarie, il sindaco Ignazio Marino? Non è stato forse il suo partito, e un partito da mesi commissariato, coi circoli che si riuniscono solo previa autorizzazione e il gruppo dirigente locale azzerato, a sfiduciarlo negandogli addirittura l'autodifesa in sala Giulio Cesare, senza dibattito e senza voto? E i messaggi whatsapp senza risposta resi pubblici dal sindaco di Parma non ricordano forse i tentativi vani di parlare col presidente del Consiglio (segretario del suo partito) raccontati da Marino nel suo libro? Eppure il Pd sembra rimuovere la contraddizione, se il suo candidato Giachetti definisce «raccapriccianti» le parole della Raggi: «Renzi non si azzarderebbe a chiedermi una cosa del genere». Per non parlare della destra, dove certe cose non fanno più nemmeno notizia. La differenza col passato semmai adesso è che la leadership in quel campo è incerta e indebolita, ma forse non così tanto se una cena a palazzo Grazioli basta ancora per inventare un candidato a sindaco di Roma e poi a farlo ritirare in favore di un altro già più volte rifiutato. Esce Bertolaso, entra Marchini: chi ha deciso? Silvio, come sempre. Anche se paradossalmente è proprio a destra, e proprio a Roma, che sembra manifestarsi qualche forma di ribellione, vedi candidatura di Giorgia Meloni. Insomma più i partiti sono deboli e leggeri, più pretendono di comandare sui dirigenti e sugli eletti: è l'altra faccia della personalizzazione. Uno di quei casi però in cui la disintermediazione inganna: ti illude di allargare la democrazia grazie al rapporto sempre più diretto col leader ma riduce in realtà ciè che viene definito "accountability": nel senso che eleggi materialmente qualcuno che, poi, non risponderà a te che l'hai votato, ma risponderà - come te - al leader. Per questo è molto seria, e dovrebbe essere forse più libera dalla propaganda, la discussione in corso alla Camera su come regolamentare per legge la vita interna dei partiti. La trasparenza, cioè la chiarezza sulla persona del leader, è certamente necessaria per evitare la deriva orwelliana degli "Staff", ma forse non è un criterio sufficiente. A meno che non si voglia dar ragione al deputato di Ala, Massimo Parisi, che qualche giorno fa alla Camera, in un'inedita alleanza proprio con i grillini, ha sostenuto che appunto conta solo la trasparenza ma non la democrazia: «Se io voglio aderire ad un partito iper presidenzialista dove decide tutto il "capo assoluto" devo essere libero di farlo: saranno poi i cittadini con il voto a decidere se quel partito ha diritto di cittadinanza o meno». Che è una tesi legittima, per carità. Un po' inquietante, ma legittima.