Money Monster Quando si fa il tifo per il giustiziere
PAVIA Dopo Mr. Beaver del 2011, Jodie Foster torna dietro la macchina da presa per dirigere "Money Monster. L'altra faccia del denaro" (Usa, 2016, 98', in uscita oggi nelle sale italiane), con George Clooney nei panni del presentatore televisivo finanziario Lee Gates e Julia Roberts in quello della sua produttrice Patty. Lo stato d'emergenza arriva quando un investitore, infuriato per aver perso tutto a causa di un investimento sbagliato suggerito dal programma, sequestra il presentatore nello studio televisivo con l'uso delle armi, determinato a farsi giustizia da sé. Durante una diretta seguita da milioni di persone, Lee e Patty lottano furiosamente contro il tempo per svelare cosa si nasconde dietro una cospirazione all'interno del mercato dell'alta tecnologia globale odierno, che viaggia a velocità della luce. Pur rimanendo entro i limiti della finzione cinematografica, la vicenda di "Money Monster" porta l'attenzione verso un dibattito di natura giuridica ed etica: è lecito (e se sì, in quali casi'), "farsi giustizia da sè", scavalcando le autorità giudiziarie? Inutile dire che la legge vieta di "farsi arbitrariamente ragione da sé medesimo, con la violenza sulle cose e sulle persone", dal momento che questo tipo di condotta costituisce un vero un proprio "reato istantaneo che si consuma nel momento e nel luogo in cui il soggetto si fa arbitrariamente ragione da sé. Eppure, secondo Mauro Sangiorgi – avvocato civilista pavese, anche autore della saga noir ambientata a Pavia che ha per protagonista l'avvocato investigatore Marcello Prati - esiste un altro possibile livello di lettura del fenomeno "farsi giustizia da sè", che per un attimo (il tempo di un film) si estranea dal mondo reale, per rimanere in quello della finzione, dove i parametri di legittimità e arbitrarietà cambiamo proprio in virtù della finzione. «E' chiaro che dove si rompe il patto con le istituzioni la società crolla, così come è chiaro che se sparo a un uomo che sta tentando di uccidermi è legittima difesa, mentre se sparo ad un uomo che sta scappando commetto un reato – dice Sangiorgi – Ma l'aspetto interessante del tema di questo film è quella sorta di "trasfert" che porta lo spettatore, davanti al grande schermo, ad immedesimarsi nella vittima dell'ingiustizia, prendendone le parti. Un meccanismo affascinante che già esisteva negli anni '70, quando Charles Bronson interpretava "Il giustiziere della notte". Tutti erano dalla sua parte, perché le forze dell'ordine vengono rappresentate come autorità impotenti. In quel caso i motivi erano più seri, nel senso il giustiziere si vendicava della morte della moglie e dello stupro della figlia, mentre in "Money Monster" l'uomo che si pone come vittima ha scelto deliberatamente di investire i suoi soldi in maniera sbagliata. Ma questo apre anche un'altra questione: spesso la finzione cinematografica, anche quando racconta storie tutto sommato banali, cavalca le paure dei tempi, toccando le corde più sensibili dell'opinione pubblica. Altrimenti il meccanismo del transfert non funzionerebbe. E se nella New York degli anni 70 il problema legato alla sicurezza era molto sentito, oggi quello dei soldi e del fallimento economico lo è forse ancor di più. Il filo conduttore però è sempre lo stesso: la sensazione di non essere abbastanza tutelati dalle istituzioni. Marta Pizzocaro