Cent’anni del partigiano Faravelli
VOGHERA Fortuna, arte e coraggio. Sono tre delle virtù grazie alle quali il vogherese Giuseppe Faravelli compie oggi 100 anni. Da soldato a partigiano, da comunista a fondatore del Centro anziani di via Gramsci, Faravelli racconta ancora la sua vita con ironia, seduto in salotto accanto alla moglie Rosa Baldi, sposata quasi 70 anni fa, e alla figlia Carla. Il centenario viene festeggiato oggi dalla famiglia, e il 22 maggio dai soci del Centro anziani, in occasione del 25° anno dalla fondazione del circolo. Le immagini e i documenti di casa Faravelli mostrano una storia che rimane viva nei suoi occhi: Giuseppe, oltre ai baffi, non ha perso lo sguardo fiero del ragazzo a torso nudo che si fa fotografare, soldato, sullo sfondo delle sabbie libiche. È lo stesso sguardo impresso da «Pepè», suo nome di battaglia nella lotta clandestina, sul tesserino da partigiano della brigata garibaldina Capettini. Faravelli ritorna in Italia nel 1942, reduce dalla campagna d'Africa, in tempo per evitare la disastrosa battaglia di El Alamein. Ma la morte addosso l'ha vista lo stesso. «Ero al campo seduto su una latta - racconta - e all'improvviso arriva l'incursione di un aereo inglese che spara con il mitragliatore. Me la sono cavata per un soffio: la latta era tutta bucata». Giuseppe rientra in Italia perché anche gli altri suoi tre fratelli sono in guerra. Il regime fascista consente a suo padre, che a Medassino coltiva la terra, di richiamare almeno un figlio a casa per essere aiutato: sceglie Giuseppe, il più lontano. Ma Pepè non sarebbe mai arrivato a Voghera se avesse preso la nave che avrebbe dovuto riportarlo in patria: non riuscì a salire a bordo per un contrattempo, e quella nave venne poi silurata dagli inglesi. Dopo l'8 settembre la casa in campagna di Faravelli ospita un deposito d'armi dei partigiani. L'ex soldato diventa clandestino, ma non per questo rinuncia alla passione della caccia. Un giorno viene così scoperto da due fascisti che lo piazzano contro un gelso. L'albero della sua fucilazione. Ma in quei momenti passa un prete che il partigiano conosce. «Lo chiamo gridando e lui intercede per la mia liberazione», racconta Faravelli, che poi per combattere si sposta a Zavattarello. «A uno dei nostri - ricorda - i fascisti segarono una gamba: una tortura per farlo parlare. Fu inutile». Un prete gli aveva salvato la vita, ma dopo la guerra Faravelli rimase quel che era: un ateo comunista. Lui e la signora Rosa si sposano nel '47, al municipio di Rivanazzano. Non in chiesa. «Credo che fu il primo rito civile in tutta la zona. Il parroco era tutto fuoco e fiamme. Quest'uomo - dice la moglie di Faravelli con un sorriso - me ne ha fatte passare tante». L'ex partigiano è tra gli animatori del Pci vogherese. Muratore, viene poi assunto all'ospedale psichiatrico (dove in seguito farà l'infermiere). «Dovevo iniziare il Primo maggio - spiega - ma mi rifiutai: era la festa del lavoro. Mi presentai il giorno dopo». Il mandolino e il disegno sono state le grandi passioni di Faravelli: molti ricordano le sue suonate alle feste dell'Unità. Daniele Ferro