L’OPINIONE

(segue dalla prima) E può un magistrato esprimere opinioni su vicende politiche? Un prudenziale silenzio sarebbe d'oro, ma nella società dei talk show, di Facebook e Twitter, come si fa ad alzare cartelli di divieto? E dunque sì, che si esprima pure, ma almeno eviti di condurre in prima persona campagne elettorali per un partito o per il sì o il no a un referendum. Non è ipocrisia, non è solo buon senso: il cittadino ha il diritto di pretendere che si amministri giustizia con spirito terzo e non in odio o a favore di questo o di quello. E comunque anche i magistrati devono muoversi entro confini precisi che consentano a tutti di valutarne i comportamenti. Ci risiamo. Non è la prima volta che politica e giustizia entrano in rotta di collisione. Stavolta è successo per le interviste bomba di Piercamillo Davigo, pm di "Mani Pulite" e poi illustre giudice di Cassazione - ma è segretario dell'Anm, il sindacato dei magistrati, è forse pensabile mettergli il bavaglio? -, e per le dichiarazioni off record, ma poi stampate sul "Foglio", di Piergiorgio Morosini, consigliere del Csm in quota Md, corrente di sinistra dei magistrati, il quale, oltre a dire peste e corna di politici e colleghi, ci ha anche informato di battersi per il no al referendum di ottobre sulle riforme istituzionali. Che è come dire no a Matteo Renzi. Se poi tutto questo gran vociare alla vigilia di importanti elezioni e del referendum sulla riforma costituzionale cade a cavallo delle inchieste su Tempa Rossa, petrolio e affari, su Stefano Graziano, politica e mafia, su Simone Uggetti, piscine e appalti di favore, e su Renato Soru, evasione fiscale, tutti in casa Pd, la storia si colora di sospetti, di complottismo e di scontro frontale. Più volte in passato, di fronte a inchieste giudiziarie su sindaci deputati e assessori, Giorgio Napolitano aveva messo in guardia da un sostegno all'operato della magistratura acritico e pregiudiziale, come era accaduto per la prima inchiesta su Tangentopoli e nel ventennio successivo per indagini e sentenze sul governo ad personam di Silvio Berlusconi (corruzione di giudici, conflitti di interesse, bunga bunga): quando verrà il momento di censurare qualche eccesso, lasciava intendere il Presidente ogni volta, sarà più difficile motivare un diverso punto di vista. Una conferma dei "caveat" di Napolitano si è avuta in queste ore, per esempio con le dichiarazioni a ruota libera di Morosini e con le manette ai polsi del sindaco di Lodi. Qui però ci si è divisi amabilmente e politicamente sull'opportunità o meno del provvedimento di arresto (ieri confermato dal gip), con l'effetto di nascondere la sostanza degli avvenimenti, una squallida vicenda di mala amministrazione, i suoi dettagli e le intercettazioni talmente chiare ed evidenti che Uggetti non ha potuto fare altro che confessare confermando tutto. Così non si può andare avanti. Ma spetta proprio alla politica darsi da fare per spezzare una spirale che essa stessa ha avviato, e intanto evitare di avvelenare il voto. Il lento declino dei partiti, la loro sempre più scarsa presenza sul territorio, la difficoltà di vigilare sul rispetto di regole minime di comportamento e perfino di compilare liste elettorali con nomi indiscutibili, li ha spinti sempre più a delegare di fatto alla magistratura il compito di selezionare i gruppi dirigenti eliminando corrotti e corrompibili e sanzionando pratiche illecite o solo discutibili. Con il risultato di rendere sempre meno credibile sia la politica sia la magistratura spesso costretta a svolgere compiti incoerenti con il suo ruolo. Il salto di qualità della criminalità e delle mafie, sempre più lontane da lupara e kalashnikov e sempre più infiltrate nei gangli della Pubblica amministrazione, ha fatto il resto. Non c'è molto tempo per evitare che, finito il clamore della battaglia, si possano solo contare morti e feriti. E piangere sulle occasioni perdute. ©RIPRODUZIONE RISERVATA