«Corridoi per i rifugiati» In Italia cento profughi

di Maria Rosa Tomasello wROMA Alle donne rose, ai bambini giochi e quaderni. Ai mariti, ai padri, ai nonni arrivati con loro le strette di mano di questo primo giorno di vita italiana, una nuova esistenza che inizia in una sala del terminal 5 dell'aeroporto di Fiumicino, in cui 101 rifugiati - 97 siriani e 4 iracheni - vengono accolti al loro arrivo da Beirut. Hanno lasciato i campi non perché siano i più fortunati, ma perché sono i più «vulnerabili»: famiglie con bambini in molti casi ammalati, mamme rimaste sole con i loro piccoli, anziani che non avrebbero potuto sopportare più a lungo le condizioni di privazione delle strutture di accoglienza libanesi dove, raccontano, manca tutto. «Il progetto dei Corridoi umanitari è una protesta civile contro la guerra, abbiamo bisogno di pace» dice Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant'Egidio, che con la Federazione delle Chiese evangeliche italiane e la Tavola Valdese, ha promosso l'iniziativa ecumenica, sostenuta dai ministeri degli Esteri e dell'Interno. Un primo gruppo di 93 siriani era arrivato in Italia a fine febbraio, preceduto dalla famiglia della piccola Falak, malata di tumore. Un terzo gruppo, più piccolo, è atteso a fine maggio. E nuovi corridoi saranno aperti con il Marocco, dove si trovano «in condizioni disperate» giovanissimi subsahariani, e con l'Etiopia, per i profughi eritrei. «Per ora i corridoi sono solo italiani - dice il sottosegretario agli Esteri Mario Giro - Basta con polemiche europee sterili, vogliamo che l'Europa resti aperta, non tante piccole fortezze». «Questa esperienza ha valore europeo - sottolinea Riccardi - l'Europa non può essere una fortezza spaventata, perché l'Europa dei muri non è più Europa». L'obiettivo è moltiplicare su scala europea il progetto pilota italiano, perché, sottolinea Paolo Naso, della Tavola Valdese, «i canali umanitari sono una risposta non solo all'emergenza, ma anche alla grande domanda di inclusione sociale che Italia ed Europa avvertono con forza». Tutti i rifugiati arrivati due mesi fa, spiega, frequentano la scuola di italiano, la bimba ammalata di tumore, che era priva di un occhio, ha le cure necessarie. Un bimbo che aveva perso una gamba su una mina ha ricevuto un arto artificiale, e «chi aveva perso ogni speranza si sta avviando finalmente verso l'integrazione». I cristiani, cattolici e protestanti, dice il pastore Luca Maria Negro, sono impegnati perché l'appello di Riccardi alla convocazione di un sinodo ecumenico dei cristiani europei che affronti il problema dei rifugiati venga raccolto. Il primo frutto di questa collaborazione è la commozione che si legge negli occhi delle persone che dopo essere fuggite dalla guerra, dalle città martiri di Aleppo, Homs, Hassakè, da Damasco e da Hama, dopo anni trascorsi in condizioni precarie in Libano, possono tornare a sperare. Di 101 rifugiati, 44 sono i bambini, 14 sono malati o disabili. I cristiani, che si mescolano ai musulmani, sono 37. In Italia saranno ospitati da parrocchie e strutture di accoglienza legate a Sant'Egidio e alle comunità evangeliche e valdesi a Roma, Torino, Milano, in Umbria, Toscana e Basilicata. «Oggi sono felice, ma allo stesso tempo molto triste - dice Serafina, arrivata coi tre figli, il marito e gli anziani genitori - Vengo da Aleppo, e Aleppo è diventata ormai una città di sangue. Ma gran parte della mia famiglia è rimasta laggiù: li ho chiamati oggi, e mi hanno detto che hanno bombardato, un bambino è morto in strada. Il futuro? Per me sono i miei figli. Grazie Italia, grazie». ©RIPRODUZIONE RISERVATA