la bonifica mai fatta
di Donatella Zorzetto wPAVIA Il Consiglio di Stato ha dato ragione agli attuali proprietari della ex Chatillon, e ora la bonifica dell'area inquinata, sulla quale da tempo è aperta una vertenza legale, rischia di pesare sulle spalle del Comune, che così si vedrebbe costretto a sborsare 3 milioni di euro da impegnare nella sistemazione dell'area, in primo luogo per il piano di caratterizzazione. È l'ultimo atto del braccio di ferro legale sull'area ex Chatillon. Nel novembre dello scorso anno la giunta comunale aveva deciso di proporre ricorso al Consiglio di Stato contro la pronuncia del Tar della Lombardia, risalente al 30 maggio 2015. Il Tar in quell'occasione aveva accolto il ricorso della Maltauro, proprietaria dell'area di oltre 60mila metri quadri a Motta San Damiano che ospitava gli stabilimenti prima Chatillon e poi Montefibre, inquinata dal solfuro di carbonio usato nella produzione di fibre tessili sintetiche. Sulla vicenda ex Chatillon, secondo Tar e Consiglio di Stato, Comune di Pavia e Provincia non possono accusare Maltauro di essere corresponsabile dell'avvelenamento dei terreni comprati nel 1996 e da allora lasciati in stato di abbandono: l'affermazione «non risulta provata dagli atti depositati». Era stato rigettato dunque il decreto della Provincia che nel 2012 diffidava l'azienda ad avviare entro trenta giorni i lavori di risanamento dell'area sulla quale grava un onere reale, ossia non vi si può costruire se non viene effettuata una bonifica, e per la quale può essere esercitato un privilegio speciale, ossia il Comune può venderla per recuperare i soldi da destinare alla bonifica, salvo lasciare il resto al legittimo proprietario. Il piano di caratterizzazione per procedere alla stesura del piano di bonifica era iniziato a fine marzo. La responsabilità della bonifica sarebbe a carico di chi ha inquinato, e in caso di «mancata individuazione dell'inquinatore», è l'amministrazione a doversi attivare «salvo le conseguenti facoltà di rivalsa sulla proprietà». Comune e Provincia, invece, ritenevano che questa interpretazione non fosse corretta. Secondo loro, ad avviare la bonifica sull'area avrebbe dovuto essere il proprietario attuale dei terreni, quindi Maltauro. In altre aree dismesse della città, infatti, gli interventi di bonifica sono stati posti a carico di chi intenda procedere al recupero. È il caso, ad esempio, della ex Neca, dove la società Isan, emanazione della fondazione Banca del Monte, ha già speso 8 milioni di euro per la bonifica dei terreni dagli scarti di fonderia. Del resto, per legge, prima di realizzare determinati insediamenti civili sopra un'area è necessario provvedere alla sua bonifica. La ex Chatillon, inserita nel Pgt, ha sempre presentato problemi di inquinamento, al punto che l'acqua del fosso che le scorre accanto è arancione. Ma la recente pronuncia del Consiglio di Stato ha rimesso la palla al centro mischiando ulteriormente le carte. Nei giorni scorsi si è tenuto un incontro fra le parti: Maltauro, che sino ad ora ha provveduto alla messa in sicurezza dell'area (spendendo quasi un milione di euro), ha portato un proprio progetto che prevede la costruzione di un hotel e uffici (l'unico divieto riguarda il residenziale), e proponendo una bonifica in cambio di una funzione; il Comune invece ribadisce che di funzioni a Pavia ora non ce ne sono e prepara una strategia alternativa: un proprio intervento non dispendioso, perchè non è in grado di trovare 3 milioni di euro da investire nella bonifica. «L'obbligo di bonifica è in capo a Sopaf (prima proprietaria dell'area), quindi abbiamo dato incarico ai nostri legali di verificare questo aspetto – spiega l'assessore comunale all'Ecologia Angelo Gualandi –. Ricordiamo comunque che resta aperto un procedimento giudiziario avviato nel 2012. Nel frattempo, e in mancanza di un privato che se ne faccia carico, stiamo pensando di chiedere alla Regione di avviare l'iter per la concessione di fondi finalizzati alla bonifica. Procedimento lungo ed elaborato».