Dimenticare l’incubo con l’aiuto di Pavia
di Anna Ghezzi wPAVIA Sono passati 30 anni da quando il reattore 4 della centrale nucleare di Chernobyl nell'ex Ucraina sovietica, vicino al confine con la Bielorussia esplose rilasciando radiazioni pari a quelle di 400 bombe atomiche. Era il 26 aprile 1986, oggi le radiazioni invisibili continuano a colpire: se la paura della contaminazione nucleare in Europa si è allentata, nelle zone intorno alla centrale la verdura ancora non si può mangiare, il latte non si può bere. I livelli di cesio nel sangue sono altissimi. Ogni anno una sessantina di bambini di quelle zone vengono ospitati da famiglie pavesi per un mese di controlli sanitari e di esposizione ad un'aria più buona, senza le radiazioni invisibili che inquinano il sangue e fanno ammalare: ne sono passati più di 1500 in vent'anni. «Ero una ragazza ma ricordo il terrore dell'esplosione – spiega Maria Assunta Zanetti, vicepresidente del Progetto Famiglie Pavia con Chernobyl presieduta da don Carluccio Rossetti – Si sperava non piovesse così le radiazioni non sarebbero scese sulla terra, niente frutta e verdure fresche, niente latte. Poi, con il passare delle settimane più niente, un senso di immobilità, sapere che qualcosa accade ma non saperlo gestire. È questa la consapevolezza che mi ha aiutato a fare la scelta di accogliere i bambini di Chernobyl insieme alla mia famiglia. Il primo bimbo aveva 10 anni, l'età del mio secondo figlio, il suo arrivo rompeva un equilibrio. Ma i miei figli, mio marito, la nostra famiglia allargata ci hanno aiutato a vivere quest'esperienza, diversa ogni anno». Quanti bambini avete accolto in 11 anni di attività? «L'associazione è nata nel 2007, dopo che il Comitato Pavia per Chernobyl si è dedicato alla cooperazione e ha abbandonato l'accoglienza. Finora abbiamo accolto 11 gruppi di bambini. Ogni anno cambiano perché il nostro è un progetto di risanamento sanitario, e vogliamo offrire a quanti più bambini possibile l'opportunità di vivere quest'esperienza i cui benefici anche a medio termine sulla salute sono dimostrati scientificamente». I bambini vengono a Pavia a curarsi? «Offriamo ai bimbi delle zone del fallout nucleare, Bielorussi e Russia, un percorso di valutazione medica, un check up pediatrico e poi visite alla tiroide, oculistiche, ortopediche e dermatologiche. L'esposizione prolungata a un ambiente non contaminato da radiazioni consente di abbassare il livello di cesio nel sangue diminuendo il rischio di incorrere in una malattia ematologica. Se vengono riscontrati problemi, il bambino può tornare più volte. Crediamo nell'accoglienza perché ha effetti positivi sulla loro salute». Chi sono le famiglie che accolgono? «Noi siamo una ventina e ogni anno ospitiamo dai 10 ai 12 bambini, quelle che non ospitano fanno da supporto a quelle che accolgono i bambini. In tutto saranno oltre 100 le famiglie coinvolte in provincia di Pavia nelle associazioni». Spesso sono giovani, sopra i 35 anni, alcune hanno figli e altre no». Quali sono le difficoltà dell'accoglienza? «I bimbi arrivano a giugno quando tutti lavoriamo e la scelta di inserirli nel Grest dell'oratorio è appagante per i bimbi e permette alle famiglie di portare avanti la propria vita. Ogni anno delle 20 famiglie 12/14 ospitano le altre restano in appoggio, è una catena di solidarietà. Ma la fatica più grande è il distacco: quando arrivano ti guardano di sottecchi, spaesati. Quando arriva il pulmino siamo tutti lì a dire: chi sarà il mio? Scendono con una borsina, dopo un mese se ne vanno carichi di cose, serenità e affetto. Loro hanno voglia di tornare a casa, hanno tutti una famiglia, non vengono dagli istituti. Ma lasciano sempre un segno, si piange per il distacco dopo un mese di vita in famiglia».