LA SETTIMANA
(segue dalla prima) Perché l'onda lunga della vicenda trivelle - una competizione nervosa, divisiva, "pretestuosa" (copyright Giorgio Napolitano) - si farà sentire sia nel clima dei mesi a venire che nel voto sulla riforma costituzionale. Oscurando le vere ragioni del prossimo referendum - il Senato dimezzato e il nuovo assetto istituzionale - e offrendo nuove suggestioni politiche. Andiamo per ordine. Il fronte anti-trivelle, temerariamente trasformato dal premier in un esercito anti-Renzi, ha fallito il suo obiettivo di abrogare la contestata legge sulla proroga delle ricerche petrolifere in mare, ma ora si ritrova tra le mani un insperato capitale politico. E pensa di metterlo a frutto. Perché, a dispetto degli appelli all'astensione, 15 milioni e mezzo di italiani alle urne ci sono andati lo stesso, e 13 milioni e rotti di questi hanno votato sì. Non sono pochi, e certo ha ragione Michele Emiliano, governatore della Puglia e primo promotore del referendum, quando esalta la robusta presenza di un'altra Italia che non cede al pensiero dominante e pretende di dire la sua. Il dato è indiscutibile, ma tutti quei sì sono davvero altrettante dichiarazioni di sfiducia nei confronti di Renzi? Troppo facile. Sarebbe altrettanto azzardato affermare che chi è rimasto a casa lo ha fatto solo per sostenere il premier. C'è infatti chi ha votato per fare un dispetto ai teorici dell'astensione; chi perché convinto invece di contribuire al rispetto del mare; chi solo perché pensa al voto come a un dovere civico e morale. Come c'è chi ha disertato le urne per sfiducia, o perché pensa che tocchi al governo e non al cittadino misurarsi con le politiche energetiche, o magari per dare una lezione ai "fondamentalisti dell'ambientalismo". La verità e che proprio nessuno, da una parte o dall'altra, può dire: quei voti sono miei. E forse proprio questo dovrebbe far riflettere. Tutti. C'è mezzo paese che non si riconosce in un partito, ma in un fronte variegato; non in un leader o in una parola d'ordine consolidata, ma via via in un obiettivo, per raggiungere il quale è pronto a rivedere ogni suo consueto riferimento. Si alimenta in quel vasto serbatoio di insoddisfazioni che finora ha fatto la fortuna del movimento di Grillo, che non a caso fa proseliti in ogni settore della pubblica opinione, secondo una logica trasversale che supera antiche distinzioni e appartenenze. E infatti, sotto le bandiere del no alle trivelle si sono ritrovati tutti insieme in larga parte grillini e sinistra anti pd, ma anche pezzi di destra e del centro. Questo fronte naturalmente si dividerà ancora in occasione del voto di giugno, ma potrebbe ricomporsi di nuovo a ottobre sotto i vessilli del no a Renzi. Eppure non si vota solo sul premier, perché molte e importanti sono le novità istituzionali alle quali il Paese è chiamato a dire sì o no. Il Senato cambia volto e composizione, dimezza i suoi membri e riduce i costi; ma in tal modo viene meno il bicameralismo perfetto voluto (con un compromesso) dai padri costituenti; basta con la doppia lettura di leggi e decreti; la fiducia al governo si vota solo alla Camera mentre il primo ministro aumenta i suoi poteri, conquistando anche quello di sciogliere le Camere, finora prerogativa assoluta del capo dello Stato. Viene infine smontata l'ultima riforma del Titolo V della Costituzione riportando al governo poteri che nel 2001 erano stati conferiti alle Regioni: Emiliano & C. non potranno più lamentarsi se il governo legifera su energia, trasporti, salute, sicurezza. È questo che gli italiani vogliono? Renzi è convinto di sì, e si gioca tutto. Ora però ha capito che deve faticare per portare alle urne quanti più elettori possibile e per arrivare all'appuntamento di ottobre senza spaccare l'Italia in due. Trivella docet. ©RIPRODUZIONE RISERVATA