LA POLITICA ENERGETICA INESISTENTE

di VITTORIO EMILIANI È certamente importante il fatto che tanti Paesi abbiano approvato a Parigi l'intesa per contenere il riscaldamento globale al di sotto di 1,5 gradi e quindi per ridurre le emissioni di gas serra anche nei Paesi in via di sviluppo industriale ai quali noi partner più avanzati abbiamo utilmente venduto impianti di base già obsoleti. È certamente importante, se non epocale, che ora tanti Paesi siano riuniti solennemente all'Onu per firmare quell'accordo e renderlo esecutivo, magari con procedure accelerate. Non c'è infatti più tempo da perdere: il 2015 è risultato l'anno più caldo della storia e i primi tre mesi del 2016 confermano la tendenza. In febbraio la temperatura media mondiale ha superato di 1,35 gradi la media mondiale 1950-1980. Per quanto ci riguarda più direttamente, l'Ispra certifica che le emissioni di gas serra sono purtroppo aumentate di un 2 % nel 2015 rispetto all'anno precedente, interrompendo così una riduzione in atto positivamente dal 2006. Si parla molto di «efficientamento» dell'uso di energia in città e fabbriche, di un più incisivo risparmio energetico e dell'incremento deciso delle rinnovabili (sole, vento, calore della terra, ecc.) a detrimento delle fonti inquinanti a cominciare da carbone e petrolio. All'Onu il nostro presidente del Consiglio ha ripetuto quanto aveva già detto in occasione del referendum sulle trivelle (da lui peraltro ritenuto «una bufala») che l'obiettivo del governo italiano è quello di arrivare al 50% di energia "pulita" entro la fine della prossima legislatura, quindi nel 2022-2023. Traguardo ambizioso. Nei mesi passati (lo può constatare ciascuno di voi leggendo la bolletta elettrica) le fonti rinnovabili - compresa, s'intende, l'energia idroelettrica - hanno superato spesso il 40% del totale. E però le emissioni dei gas inquinanti sono state lo stesso superiori a quelle del 2014, in forza, soprattutto, di un 18% di energia prodotta dalle centrali a carbon fossile e da una certa minore quota di quelle a petrolio. Il resto è alimentato dal gas il cui potere inquinante risulta inferiore. Perché opporsi al referendum che intendeva vietare, alla fine delle concessioni, le estrazioni di petrolio e gas vicino alle spiagge e coste? Il referendum ha quantomeno fatto riflettere su un punto essenziale: l'Italia non ha a tutt'oggi un piano nazionale che imposti una seria politica energetica: più rinnovabili e più risparmio, meno carbone e petrolio. Che certo non piacerà alle lobby petrolifere. I governi Berlusconi avevano accordato alle fonti rinnovabili forti, costose e confuse provvidenze. Su questi incentivi a pioggia il governo Renzi, per ora, ha fatto prudentemente molti passi indietro che però ridurranno nel breve la quantità di energia "pulita" prodotta se non interverrà un Piano energetico nazionale. I governi Berlusconi avevano puntato molto sull'eolico anche se è noto che in Italia c'è poca ventosità costante e quindi tante sono ormai le pale e scarsa l'energia da loro prodotta, e sul fotovoltaico senza distinguere fra gli impianti installati su terreni agricoli in produzione (vietati poi dal ministro Antonio Catania, cioè dal governo Monti) e quelli invece pianificati, magari in aree ex industriali o industriali. Le quali per lo più consentono - se seriamente pianificate - sia pale eoliche sia impianti fotovoltaici. L'energia da sole ha il vantaggio di tecnologie sempre più raffinate e sempre meno ingombranti, sia per gli impianti fissi che per quelli mobili come le maxi-navi per le quali si sperimentano vernici acchiappa-sole e quindi energia. E pure per l'immagazzinamento di energia per le giornate senza sole. Lo stesso per ricavare calore e quindi energia dal sottosuolo senza però scassarlo alla maniera della vecchia geotermia. Però, ripeto fino alla noia, non si può più procedere a spanne. Dopo il referendum sulle trivelle, ci vuole un piano che dica chiaramente cosa fare, dove andare e come. ©RIPRODUZIONE RISERVATA