L’OPINIONE
(segue dalla prima) è arrivata la notizia del nuovo naufragio nel canale di Sicilia che avrebbe coinvolto quattrocento persone, in gran parte somali in viaggio verso le coste meridionali d'Europa. Esattamente un anno fa ne morirono ottocento in uno dei naufragi peggiori della storia. Le lacrime versate allora hanno riempito un altro mare, ma non hanno contribuito minimamente a evitare simili tragedie, come dimostra quanto avvenuto ieri, e quanto è avvenuto ripetutamente, causando migliaia di morti, senza che si svuotasse non il mare ma l'oceano d'indifferenza che sommerge il destino di profughi e migranti, con due sole varianti. La prima, petulante e odiosa, è il controcanto di chi, sempre, esibisce la faccia cattiva, di chi rimprovera perfino al Papa di occuparsi dei disperati in fuga dalla Siria quando dovrebbe - secondo l'arcipapa Salvini - occuparsi solo dei poveri di casa nostra (come se le organizzazioni umanitarie e sociali della Chiesa non fossero in prima fila su questo versante). Questo cupo rumore di fondo accompagna sempre l'indifferenza sostanziale delle opinioni pubbliche occidentali e l'ignavia di governi e istituzioni internazionali. Per certi aspetti, anzi, ne è l'altra faccia, inseparabile dalla prima. La seconda variante a questo schema, insieme cinico e fallimentare, è rappresentata dalle singole vicende che "bucano lo schermo", dalle storie individuali che colpiscono il cuore e gli occhi di chi assiste a queste immense tragedie che forse nemmeno più l'aggettivo "bibliche" può davvero descrivere, perché non c'è mai stata un'epoca del mondo che abbia così profondamente e repentinamente sradicato dai luoghi delle proprie origini e messo in movimento popolazioni sterminate (come ben documenta uno straordinario reportage narrativo, "La frontiera", di Alessandro Leogrande, edito da Feltrinelli). Capita a volte che qualche storia, qualche volto, spezzino «il mare ghiacciato dentro di noi», direbbe Kafka, riferendosi in questo caso non alla forza squarciante della letteratura bensì all'urto del reale sulle nostre coscienze. Purtroppo, quelle singole vicende, aldilà del momento, non riescono mai a produrre un mutamento di approccio globale. La commozione, la presa di coscienza restano circoscritte. Si svuota, così, anche il senso di quella contingente emozione. Ciò che serve è esattamente l'inverso: non solo salvare singoli casi, e salvare così la nostra coscienza ipocrita, ma produrre una politica che guardi ai grandi numeri di questa vicenda epocale, sia dal lato dell'emergenza (corridoi umanitari, operazioni di salvataggio, prima accoglienza, smistamento razionale) sia dal lato di ciò che può svuotare l'emergenza (spegnere i focolai di guerra e i regimi dispotici da cui fuggono i profughi, nuovo modello di sviluppo, sostenibile ed equo, nei Paesi da cui proviene l'emigrazione). Pare che il vertice europeo in corso stia balbettando qualcosa in questo senso. Meglio di niente, meglio tardi(ssimo) che mai, ma non è ancora abbastanza. Non si potranno costruire dighe sui mari come si alzano muri sulla terra. Quei destini, perciò, saranno sempre con noi, sempre in arrivo. Occuparsene è occuparsi del nostro futuro. ©RIPRODUZIONE RISERVATA