LA SETTIMANA
(segue dalla prima) Ma quel procedere fisicamente legati e alle spalle di Beppe Grillo era anche il gesto spontaneo, quasi infantile, di chi cerca di farsi forza l'un l'altro e ancora non sa quale strada imboccare. Sì, da oggi in poi tutto sarà più complicato. Se non altro perché Casaleggio - riservato e silenzioso, ai più sconosciuto, eminenza grigia dietro le quinte - non era solo l'inventore del movimento, lo stratega mediatico, la fabbrica di visioni cui Grillo dava forma di vaffa e i ragazzi sostanza di azione in Parlamento, ma anche l'ultima istanza alla quale rivolgersi per riportare a unità le contraddizioni, sanare i dissensi, sanzionare ed espellere i dissidenti. Padre padrone. E leader riconosciuto. Il primo problema, è chiaro, sarà la scelta del successore, o meglio il nuovo assetto di leadership da dare al movimento. Per niente facile. Del resto il problema era già all'ordine del giorno (purtroppo Casaleggio era malato da tempo) e che era stato affrontato con due decisioni importanti, ma non definitive: Grillo, dicendosi «un po' stanchino» come Forrest Gump, aveva fatto un passo non indietro ma di lato; contemporaneamente cinque giovani - Di Battista, Di Maio, Fico, Carla Ruocco e Sibilia - erano stati chiamati a formare un nuovo organismo che dava al movimento un po' di forma-partito in più, un "direttorio", insomma un sinedrio chiamato a esprimersi sulle mosse più importanti. Come se il movimento non fosse ancora in grado di esprimere un unico leader. Ma i direttòri, si sa, non reggono a lungo, le gestioni collegiali non funzionano né in azienda né in politica né in condominio. E già lo segnalano le prime voci che, in barba a quell'abbraccio collettivo, già parlano di cordate, di correnti, di dissensi nei confronti di Di Maio che sembra il più adatto a guidare la battaglia, se non altro per quella sua cultura di lotta e di governo. La conferma? Grillo è tornato in prima linea indicando come traguardo-banco di prova le prossime politiche. Come a dire, ora ci sono appuntamenti più urgenti - amministrative, referendum e poi le elezioni generali - e a quelli bisogna pensare. Poi, se si dovesse vincere a Roma, e dunque più realistica dovesse farsi l'ipotesi di un ballottaggio (vincente?) con il Pd alle politiche, si misurerà davvero il peso del movimento e si deciderà che assetto e che leader dargli. Già, ma bisogna arrivarci uniti, determinati, chiari negli obiettivi. È qui il difficile. Perché nel movimento di Grillo & Casaleggio convivono da sempre due anime, una più istituzionale, l'altra più di piazza; l'una vogliosa di governo, l'altra più incline alla protesta; l'una attiva nella proposta e nel confronto, l'altra più reattiva e rabbiosa. Di lotta o di governo? Di lotta e di governo? Vedremo. Comunque ognuna di queste scelte inciderà in modo determinante sul quadro politico, sia che i grillini decidano di raccogliere la sfida del governo, sia che il movimento si frantumi dando vita a una diaspora delle due anime che segnerebbe anche la fine della politica tripolare. Ma anche questo, forse, non sarà sufficiente. Prima o poi la chiave di volta della strategia di Casaleggio - la capacità di essere trasversali, di raccogliere consensi di qua e di là, insomma di essere allo stesso tempo, si sarebbe detto una volta, di destra e di sinistra - potrebbe frantumarsi dinanzi a problemi che non ammettono vie di fuga, ma costringono a scelte drastiche: oggi si può stare in Italia dalla parte dei Pm, e in Europa alleati con l'Ukip xenofoba di Nigel Farage; ergersi a difensori della moralità in politica e in Parlamestepchild adoptionnto dire no alla ; dichiararsi contro le trivelle in Adriatico e a favore dei muri in Europa. E vabbè. Ma è un po' più difficile misurarsi con il macigno del debito pubblico, con l'evasione fiscale (alla quale il programma grillino non dedica una sola parola), con il terrorismo, il lavoro che non c'è e l'immigrazione che cresce. Non basta gridare «onestà!». O forse sì? ©RIPRODUZIONE RISERVATA