«Salvate la nostalgia Può essere d’aiuto ad amare e creare»
Fausto Petrella, medico e psichiatra, vive e lavora a Pavia. È membro ordinario della Società Psicoanalitica Italiana, della quale è stato presidente dal 1997 al 2001. Attualmente è presidente del Centro Psicoanalitico di Pavia e fino al 2010 è stato professore ordinario di Psichiatra all'università. Nella sua carriera ha sviluppato ricerche sui rapporti tra le arti e la psicoanalisi, anche impiegando strumenti critici d'ispirazione semiotica e narratologica. L'attività di ricerca ha riguardato l'ambito delle psicosi e lo studio delle implicazioni relazionali della malattia mentale nelle sue svariate articolazioni, oltre che ad una rilettura dell'opera freudiana; ha dedicato un'attenzione specifica ai rapporti di coerenza tra momenti teorici e metodologici sia della clinica psichiatrica sia della terapia psicoanalitica. Osservatore critico della crisi della psichiatria teorica e pratica negli anni ‘60 e '70, ha sviluppato un modello d'integrazione bio-psico-sociale nell'atto clinico singolare.PAVIA Né più mai toccare le sponde della terra natia. Né più mai vivere l'infanzia felice, vedere il sorriso di un amato scomparso, udire la sua voce; né più mai tornare indietro nel tempo per riafferrare qualcosa che ci apparteneva ma che malauguratamente non abbiamo più. La nostalgia è la malattia del "doloroso bramare", un sentimento condiviso da ogni essere umano che ha dato vita nei secoli a miriadi di lacrime e crisi esistenziali, ma anche a indimenticabili poesie, opere d'arte e composizioni musicali. Presentato dallo psichiatra Fabrizio Pavone, ne parlerà oggi alle ore 18, presso l'aula Magna del collegio Cairoli di Pavia, lo psichiatra e psicanalista Fausto Petrella nella conferenza "Ascoltare la nostalgia: tema con variazioni", ultimo appuntamento del ciclo di incontri de "I giovedì del collegio Cairoli". Professor Petrella, che cos'è la nostalgia? «La sua definizione è più complessa di quello che sembra. Il termine fu coniato nella metà del Settecento in una tesi di laurea di uno studente alsaziano per designare lo stato d'animo dei mercenari svizzeri lontani dalla patria; gli venne attribuita un'accezione esclusivamente medica. Durante il Romanticismo, però, iniziò a comparire in ambito letterario come emozione, abbandonando i testi di medicina e psichiatria. Oggi, infine, è un connotato dell'esperienza depressiva che vagheggia un passato ritenuto migliore rispetto al presente». Chi rischia di viverla più frequentemente? «Tutti, perché è uno dei grandi sentimenti umani connesso alla vita affettiva in modo radicale. Nonostante ciò, devono farne i conti molto di più coloro che hanno subito uno sradicamento spaziale, gli immigrati ad esempio. La distanza dalla terra materna, infatti, provoca un vuoto e un'assenza di riferimenti umani e culturali, che certe persone non riescono a riempire o sostituire adeguatamente nei nuovi contesti. Guarire si può: costituendo comunità locali di persone provenienti dallo stesso posto oppure, per tutti gli altri, attraverso specifici percorsi psicoterapeutici». L'arte che ruolo ha in tutto ciò? «Nell'arte noi possiamo rappresentare l'esperienza nostalgica, parteciparvi e allo stesso tempo metterla a distanza. Stasera, infatti, farò ascoltare al mio pubblico alcuni brani di musica classica, di Schubert e Beethoven, atti a suscitare l'emozione in questione e ad aiutare a comprenderla più in profondità. L'arte, in un certo senso, può persino contribuire a sconfiggere la nostalgia. Faccio un esempio: se io fossi originario dell'isola greca di Zante, ma lontano da casa, e leggessi la poesia "A Zacinto" di Foscolo, mi commuoverei per il rimpianto che mi infonderebbe, ma allo stesso tempo mi consolerei, sentendomi vicino, almeno momentaneamente, ad essa». Si può diventare nostalgici anche nei confronti del futuro? «Sembra paradossale, ma sì. Ne è la dimostrazione il paradiso, quel luogo di bellezza, gioia e bene proiettato in un tempo che addirittura va oltre la nostra vita. Esso è simile a come ci ricordiamo o ci immaginiamo l'infanzia: uno spazio temporale indefinito dove siamo amati senza limiti, i genitori si prendono cura di noi e ci nutrono. Ancora una volta un ritorno, quindi; in questo caso, un ritorno a un luogo perduto in un tempo ancestrale». In un contesto come quello di oggi, dove il mondo è dedito all'apparenza e al materialismo, crede ci sia ancora spazio per il vano ambire al passato o al futuro? «Lo spazio ci deve sempre essere. Siccome tali emozioni e spinte di ricerca possiedono delle componenti dolorose, c'è la tendenza generale a negarle; ma questo non è un buon atteggiamento perché il dolore psichico fa parte della naturale esperienza umana e necessita di essere tollerato ed elaborato. L'attitudine contemporanea di negare il momento depressivo, a causa dello stato euforico desiderato da tutti e culturalmente richiesto, può portare a risultati estremamente negativi, perché in qualche modo il dolore, che è imprescindibile, trova sempre un modo per manifestarsi». Quando, però, la nostalgia può diventare un bene? «Si considera salutare e positiva nel momento in cui non diviene depressione. Essa, infatti, può portare l'uomo ad agire sulla propria esistenza, ad amare e a creare arte. Tuttavia, anche quando è vissuta in questo modo e riscattata attraverso la bellezza letteraria, musicale o pittorica, deve essere sempre superata. È necessario che l'uomo trovi nel presente il benessere e la felicità, anche perché, se si ricerca il bene ossessivamente solo nel passato, non è detto che, nel caso in cui lo si raggiunga, sia come ce lo si era immaginato. E a quel punto la delusione e l'amarezza sarebbero ancora più tragiche della nostalgia stessa». Gaia Curci