Rugge: «Decidere insieme per battere la corruzione»

di Linda Lucini wPAVIA «Tre sono i punti fondamentali per battere la corruzione: rendere conto, costruire una deontologia condivisa e prendere collegialmente le decisioni». Per il rettore Fabio Rugge la ricetta è facile per battere un fenomeno che lui stesso definisce «un sempreverde». Più complesso è tenere la guardia alta di fronte a illeciti che mutano tecniche e obiettivi, ma che mantengono il nocciolo fondamentale della corruzione, ossia come dice Rugge «posporre il bene delle comunità rispetto a quello personale». Sulla corruzione Rugge ha fatto studi scientifici, ha scritto un libro e spinge affinchè in università non si smetta di interrogarsi sul tema. E domani lo farà con una tavola rotonda dedicata al tema che prenderà il via alle 17.30 in Aula grande di Scienze politiche. Come si batte la corruzione e come si previene? «Con la cultura del rendere conto, con la responsabilità di ciò che si fa. Servono perciò presìdi che siano punti di riferimento a cui rispondere». E quando le pratiche fuori regola sono diffuse? «E' evidente che ci siano fenomeni di maggiore gravità ma è corretta l'idea che anche il piccolo vantaggio indebito può essere radice di svantaggio per la collettività. In più tali fenomeni determinano un malfunzionamento della società. Il saltare la coda fa proprio questo». Tutto sta nell'etica, quindi? «Credo che avere luoghi e istituzioni dove si costruisce una deontologia condivisa rafforzi gli anticorpi. E questo lo sia fa nelle famiglie, ma anche nelle istituzioni professionali. La corruzione è direttamente proporzionale alla scarsa professionalità. Il funzionario competente è meno esposto alla corruzione». E quando la corruzione è sistema? «Lì ha molto senso l'intervento del giudiziario che può sbagliare ma rende evidente che il sistema ha indebolito le infrastrutture etiche». Di fronte a chi non agisce per soldi, ma per avere influenze o promozioni che si fa? Che si fa di fronte al nepotismo accademico, ad esempio? «In certe situazioni storiche non si ha la percezione che vi sia qualcosa di illegittimo. Il nepotismo, che oggi c'è in misura molto minore del passato, è nato come trasmissione del sapere del maestro all'allievo poi, pur perdendo questa struttura, ha continuato a essere considerato tale. Nell'800 le raccomandazioni erano obbligatorie e si ritenevano positive, ora ci sono i concorsi ma anche lì occorre domandarsi se sono il metodo migliore per reclutare i migliori». Due persone della sua università sono finite al centro di un'inchiesta per corruzione poi archiviata... «Ho vissuto un momento molto difficile. Non conoscevo più di tanto l'ingegner Lorenzo Duico, ma sono amico del professor Carlo Ciaponi per il quale ero pronto a giurare sulla sua dedizione verso l'ateneo e sulla sua competenza, ma istituzionalmente non potevo non rispettare il vaglio a cui questa persona veniva sottoposta. E' stato un periodo choch e ho vissuto un momento di grande soddisfazione quando sono stati scagionati perchè abbiamo avuto la conferma che le nostre infrastrutture etiche tengono e che i valori che condividiamo stanno in piedi. Questo è molto importante anche per un'altra ragione: quando l'infrastuttura etica di una comunità viene messa in dubbio si lavora con maggiore difficoltà, si ha una paralisi e ad ogni firma ci si pensa due volte». Lei è presidente del Mondino e in università lavora con primari e professori, come ha preso il giudizio durissimo che Raffaele Cantone ha dato sul malaffare nella sanità? «Le ho prese come un monito. Bisogna essere sempre vigili, bisogna leggere e rileggere rapporti, bilanci, delibere. E poi bisogna condividere le decisioni. Credo che questo sia un altro presidio fondamentale. Gli uomini soli al comando non vanno bene, c'è bisogno di collettività».