Senza Titolo
di SOCRATES Non è detto che, quando si tocca il fondo, non si possa anche iniziare a scavare. È questo quello che è successo al Pavia, a Mantova, domenica scorsa, essendo gli azzurri riusciti a rivitalizzare una squadra terz'ultima in classifica e ormai condannata ai play-out, a dispetto dei proclami durante la settimana sulla necessità di non sbracare e di onorare fino in fondo il campionato. Così, dopo un primo tempo appena passabile sul piano delle occasioni ma comunque deficitario in termini di mordente, il Pavia ha subito nel secondo la maggiore verve dei Virgiliani, sino a prendere il gol che ha deciso la partita, per opera dell'ex di turno, Mattia Marchi, uno degli eroi di Ferrara. La poetica del gol dell'ex non è stata in verità particolarmente sfrucugliata in questa occasione: Mantova-Pavia era una partita relativamente ininfluente per i destini delle due squadre e il risultato finale è servito soltanto a dare ancora una volta la stura alla contestazione alla squadra azzurra, sicché chi avesse piazzato il colpo decisivo finiva per essere tutto sommato poco interessante. Ma, al di là del contingente, è proprio il giocatore che fa gol alla propria ex-squadra che non è più argomento su cui costruire grandi narrazioni e "la legge dell'ex" che infarciva i resoconti domenicali appare oggi un modo di dire assai sbiadito. Questo mutamento trova una spiegazione nel fatto che oggi i calciatori cambiano vorticosamente squadra: se ne vanno magari dopo una sola stagione e a volte anche nel corso della medesima stagione (il Pavia di quest'anno ha in effetti dato un evidente contributo a rafforzare questa tendenza). Lo stesso Marchi, per esempio, era alla sua seconda esperienza in azzurro, dopo i fasti dell'anno della salvezza miracolo con Roselli al timone, ed è stata comunque un'esperienza durata appena un anno (da gennaio 2015 a gennaio 2016). Dopo aver segnato, Marchi ha esultato. Anche questo non è stato particolarmente notato, sebbene il non esultare quando si segna contro la propria ex-squadra sia diventato un modo di agire diffuso dei giocatori. Si tratta di una pratica, quella di non esultare, che ha connotati quasi comici: primo, perché non si capisce quale torto, alla ex-squadra e agli ex-tifosi, l'esultanza causerebbe; secondo, perché allora verrebbe quasi da pensare che chi segna alla propria ex-squadra in realtà vorrebbe non averlo fatto. Ma c'è anche un che di paradossale in questa pratica: infatti, mentre qualche decennio fa si cambiava squadra di meno ma non ci si faceva scrupoli a esultare quando si faceva gol alla propria ex-squadra, oggi sono aumentati i cambi di casacca e allo stesso tempo si è diffusa la pratica di non esultare quando si segna il gol dell'ex. Il paradosso sta nel fatto che, se si cambia continuamente compagine, c'è meno tempo per contrarre debiti verso una di esse; eppure, l'astensione dall'esultanza pare doverosa, quasi a fingere che non si vivono tempi in cui "non esistono più le bandiere".