L’INTERVENTO

(segue dalla prima) condivisa in grado di assicurare il cibo a una popolazione mondiale in aumento preservando la biodiversità degli ambienti naturali: ovvero come aumentare la resa produttiva delle colture senza aumentare la superficie coltivata. Il tutto in un contesto di cambiamenti climatici caratterizzati da aumento della temperatura, erraticità delle precipitazioni atmosferiche ed insicurezza di approvvigionamento idrico. Per affrontare questi problemi possiamo trovare spunti dal passato introducendo elementi di innovazione. In passato nell'orto si innaffiavano al piede le singole pianticelle risparmiando acqua e riducendo nel contempo la crescita di erbe infestanti. La pratica è improponibile su larga scala, ma l'introduzione del sistema di irrigazione goccia-a-goccia ha permesso ad Israele, un paese dotato di limitate risorse idriche, di sviluppare una fiorente attività orto-frutticola. La ricerca può contribuire in modo sostanziale a individuare soluzioni idonee anche per quanto riguarda l'uso efficiente di fertilizzanti inorganici, tanto demonizzati dai cultori della agricoltura biologica. In un recente esperimento, alcuni ricercatori cinesi hanno mostrato che nel caso della coltivazione del mais, una somministrazione di fertilizzanti e acqua commisurata alle effettive esigenze fisiologiche della pianta raddoppia la resa produttiva, aumenta l'efficienza di utilizzo di fertilizzanti ed acqua riducendo a zero il rilascio ambientale dei fertilizzanti stessi ed evitando così l'eutrofizzazione delle acque superficiali. Le pratiche di agricoltura biologica e biodinamica possono coniugare elevata resa produttiva e rispetto ambientale? Per difendere le piante dall'attacco di vari insetti e ridurre perdite di raccolto diminuendo al contempo il pericolo di carestie, si utilizzano fitofarmaci, sia di origine naturale sia di sintesi. Va sottolineato che l'uso di fitofarmaci di origine naturale, così come previsto dai protocolli di agricoltura biologica, non ne garantisce l'innocuità per l'uomo. Anche l'uso di sali di rame quale anticrittogamico "naturale" ha portato a livelli di guardia l'accumulo nel terreno di questo metallo nocivo per la salute. Ma esistono metodi per ridurre la indiscriminata dispersione ambientale di queste sostanze? La risposta è affermativa, ed è basata sull'uso delle demonizzate piante geneticamente modificate. Ad esempio, il mais-Bt produce una proteina di origine batterica tossica per la piralide, un lepidottero predatore del mais che ne danneggia i tessuti favorendo la successiva crescita di funghi produttori di micotossine cancerogene. Una sperimentazione fatta a Landriano nel 2005 ha mostrato per il mais-Bt un aumento di resa del 28-43% e un ridottissimo contenuto di micotossine. Il recente sequestro di diverse centinaia di forme di grana padano a causa dell'elevato contenuto di aflatossine cancerogene (fino a 160 volte maggiori di quelli previsti dalla legge) causata dell'uso di latte proveniente da mucche alimentate con mais infestato dalla piralide, costituisce un rilevante argomento a favore dell'uso di mais-Bt resistente a questo lepidottero. Utilizzando la tecnologia Bt si riducono di 5 volte i trattamenti con pesticidi per ciclo colturale evitando la dispersione di migliaia di tonnellate di pesticidi con grande vantaggio per l'ambiente e la salute umana. *Dipartimento di biologia e biotecnologie dell'Università di Pavia