Galan, triste ritorno alla Camera

di Nicola Corda wROMA Il deputato Giancarlo Galan verso la decadenza. Il primo passo l'ha votato ieri la Giunta per le elezioni di Montecitorio che a maggioranza ha approvato la decisione di applicare la legge Severino. Condannato con sentenza definitiva a due anni e dieci mesi di carcere, l'ex ministro ed ex governatore del Veneto li sta scontando ai domiciliari per ragioni di salute. Presente all'udienza pubblica, ha tentato una difesa appassionata, sfidato avvocati e medici per cercare di conservare il seggio parlamentare. Per lui l'ultima speranza è ora il voto dell'Aula che per la prima volta si trova ad applicare la legge Severino. I numeri di ieri però gli lasciano poche chance: solo tre contrari, i deputati di Forza Italia Fontana e Bergamini e Abrignani di Ala. La loro tesi è la stessa evocata per Berlusconi decaduto dal Senato. «La Severino inapplicabile dopo che i reati sono stati commessi, la retroattività della legge penale è vietata» insistono gli ex compagni di partito. La Consulta poi non si è mai espressa sulla costituzionalità di quelle norme che colpiscono i parlamentari. Di altro avviso la maggioranza, Pd e centristi, supportata dal Movimento 5 Stelle: per i giudici della Corte le norme sull'ineleggibilità «non sono sanzioni» perché la sospensione è «conseguenza della perdita di un requisito soggettivo per l'accesso alla carica o per il suo mantenimento». È stato il relatore Alessandro Pagano di Area popolare (che in votazione si è astenuto) a esporre la vicenda, senza entrare nel merito della vicenda giudiziaria. Galan ha invece spostato l'attenzione sul processo, raccontando di non aver mai avuto la possibilità di essere interrogato e di essere stato costretto a patteggiare a causa di una lunga carcerazione preventiva, «la forma di pressione più violenta che si possa subire». «Mi sono fidato delle parole del ministro della Giustizia Orlando quando disse che non sarei decaduto perché la Severino non si applicava al mio caso». Si sfoga Galan, tenta il tutto per tutto contro i suoi accusatori che l'hanno infilato nel tritacarne del Mose, l'inchiesta fatale che lo portò in carcere. Due su tutti: l'ingegner Baita e l'ingegner Mazzacurati, pezzi grossi del Consorzio Venezia Nuova che lo chiamarono in causa come referente politico del fiume di denaro risucchiato in Laguna. «Nessun riscontro» secondo l'ex governatore del Veneto che rispedisce l'accusa contro un sistema di potere e mazzette che durava da trent'anni. «Il più grande scandalo nazionale ma si decideva tutto a Roma - attacca - e voi credete che i delinquenti sono solo Galan e Orsoni»? La giunta ascolta ma sa che il processo è finito: la Cassazione ha emesso un verdetto definitivo che non si può ribaltare a Montecitorio. ©RIPRODUZIONE RISERVATA