I CONFINI DELLA ZONA GRIGIA
di ANDREA SARUBBI Persino tra alcuni membri del governo in queste ore gira una battuta, che poi tanto battuta non è: se fai ministro una persona con la storia e le relazioni di Federica Guidi, qualche conflitto di interessi prima o poi devi metterlo in conto. Ancor più se non le hai affidato le Riforme istituzionali, ma lo Sviluppo economico: che è un po' come dare la Sanità - in Italia è successo, ben più di una volta - a un personaggio legato all'industria farmaceutica. Nell'uno e nell'altro caso, è impossibile spogliarsi di tutta la propria storia varcando la soglia di Palazzo Chigi; occorre dunque una rettitudine estrema, che purtroppo è merce rara non solo in politica ma anche nella società. Altrimenti, la zona grigia è sempre lì che ti aspetta. Ecco, è proprio la zona grigia - meglio ancora, le sue dimensioni: in altri Paesi è sottile come può esserlo una linea di confine tra il lecito e l'illecito, qui da noi è una prateria in cui pascolano affari - il problema profondo dell'Italia: non certo la mancanza di norme, indicate invece come la panacea di ogni male. Dall'omicidio stradale al femminicidio, passando per la corruzione e il falso in bilancio, si sta facendo strada (in Parlamento, ma anche culturalmente) l'idea che bastino nuove leggi a portare la legalità. È successo anche subito dopo il caso Guidi, quando alcuni esponenti politici hanno ricominciato a parlare della necessità - in linea di principio condivisibile - di disciplinare le lobby: come se il tema vero fosse l'assenza di un albo dei lobbisti e non la permeabilità delle istituzioni alle loro legittime pressioni. Il rispetto della legge, con le dimissioni del ministro dello Sviluppo economico, c'entra ben poco: tanto è vero che l'ex presidente dei giovani di Confindustria non è nemmeno indagata. Non è dunque un problema di «ciò che è lecito», per dirla con le parole di San Paolo, ma di «ciò che giova», e mentre il primo criterio è oggettivo il secondo dipende dalle circostanze. Cos'è che giova, ad esempio, in una campagna elettorale in cui il Pd rischia di perdere Roma e Milano? La massima fermezza, unita alla massima velocità, anche a costo di sacrificare qualche testa: se poi si tratta di una testa messa lì da altri, in un momento in cui le sorti dell'Italia sembravano affidate al patto del Nazareno, il sacrificio sarà ancor meno doloroso. Se c'è un regalo che Renzi non concederà mai ai suoi avversari, in generale, è quello di permettere loro di cuocerlo a fuoco lento: cosa che a Berlusconi non riuscì, nonostante le capacità comunicative non gli mancassero. La lettera di dimissioni di Federica Guidi, la risposta del premier in tempo reale, lo slogan da mandare in prima pagina sui quotidiani del giorno dopo («Con noi chi sbaglia paga») e persino un'immagine per i social network in cui si fa il paragone con il caso Cancellieri e dunque con il governo Letta (che però mandò a casa Josefa Idem per un affare di minore rilevanza). Tutto nel giro di 36 ore, tra una conferenza a Boston, un passaggio a New York e un volo intercontinentale: una velocità così alta da far pensare ad alcuni che il piano di comunicazione fosse in un cassetto da un po', pronto ad essere tirato fuori nel momento del bisogno. E qui si apre appunto un altro capitolo, quello della tempistica. Se infatti Gemelli - e dunque anche la sua compagna, ovvero il governo - erano informati dell'intercettazione già da un paio di mesi, viene da chiedersi come mai fonti giudiziarie abbiano reso pubblica la notizia proprio ora, a due settimane dal referendum sulle trivelle, in concomitanza con quella degli arresti di Potenza per il centro Eni in Val d'Agri. Certo, nemmeno un magistrato con la tessera di Greenpeace potrebbe mettere in piedi un'inchiesta del genere, se non ci fossero degli affari sporchi su cui indagare: il colpevole è sempre chi commette reati e mai chi li persegue. Detto ciò, sembra di ripiombare indietro di qualche anno, in piena lotta tra Berlusconi e i giudici, e non è davvero una sensazione piacevole. ©RIPRODUZIONE RISERVATA