«Vinco così la paura della mia malattia»
A Voghera, di Lidia non devi nemmeno dire il cognome perché tutti (ma proprio tutti) sanno già chi è. Sui palchi della zona da una vita, la sera canta e suona il pianoforte, mentre di giorno riceve i pazienti nello studio sotto casa. «I miei due lavori? -dice- Sono le mie grandi passioni, la musica e la psicoterapia. Sembrerà strano ma non sono così distanti, anzi. In entrambi i casi è fondamentale il coinvolgimento emotivo, la capacità di toccare le persone nel profondo e di lasciargli qualcosa».VOGHERA «Tiziano Terzani diceva che per lui il cancro era stato un regalo. Ecco, io non posso dire di pensarla esattamente così, ma devo ammettere che questo male mi sta dando molte opportunità. E si, mi sta insegnando un sacco di cose: su di me, sugli altri, su tutto ciò che mi circonda». Seduta sull'ampio divano di casa sua, tra quadri indiani e un profumo di incenso che è più immaginario che reale, Lidia Mingrone assapora con gusto una delle poche sigarette che ha deciso di concedersi durante l'intervista. Sta lavorando per fumarne solo sette al giorno, mi spiega, e con la mano libera accarezza distratta il pelo lucido del vecchio Pippo, il gattone tigrato che vive con lei da sedici anni. Chiunque la conosca o l'abbia mai vista cantare in un locale della zona, sa che in effetti Lidia non è mai stata molto più in carne di così. Il suo corpo minuto è sempre apparso un fascio di nervi, il suo viso non ha mai avuto gote paffute. Non fosse per le rughe un po' più profonde o per gli inconfondibili capelli rasati, diresti solo che ha avuto una brutta settimana. E invece di settimane brutte la cantante e psicoterapeuta vogherese ne ha avute parecchie, da quando lo scorso novembre i medici (l'equipe di oncologia della Fondazione Maugeri, a cui va il suo più sincero ringraziamento) le hanno diagnosticato quel male che nessuno vorrebbe leggere sulla propria cartella clinica, quel cancro che come dice lei «quando lo senti nominare è lo spauracchio della morte, la più efficace rappresentazione odierna della dama vestita di nero». Dalla lettura del referto, lotta per ricacciare indietro un demone che, in qualche modo, sembra appartenergli. Nonostante questo, la sua vita va avanti. Canta, Lidia, ma soprattutto suona, scrive e si gode ogni momento «come non avevo mai fatto prima», arrivando persino a posare senza segreti per l'obbiettivo dell'amica di sempre, la fotografa Michela Bonelli. Lidia, non so da dove cominciare. Ti chiederei come stai, ma forse suona indelicato. «Non lo è, non preoccuparti. Oggi sono un po' stanca, è normale, ma per il resto mi sento abbastanza bene. Ho superato i primi giorni di caos totale e mi sono anche abituata alle reazioni della gente, a vedere nei loro occhi la paura e il senso di impotenza. Sono entrata in una nuova fase, in cui mi godo la mia inaspettata tranquillità e mi fermo ad ascoltare ogni nuova lezione che mi viene offerta. Questa malattia è come una lente d'ingrandimento: ti mostra ogni cosa, ogni persona, ogni situazione nel dettaglio, ti aiuta a dare il giusto peso a ciò che ti circonda». È questa la prima lezione che hai imparato? A dare il giusto peso alle cose? «Più che altro ad essere più selettiva con il mio tempo, a dedicarmi a ciò che mi preme di più. Sono sempre stata un tipo frenetico, la sera nei locali a cantare e di giorno a lavorare in studio. Ho un po' trascurato certi miei interessi e soprattutto ho un po' trascurato me stessa. E gli errori, si sa, si pagano». Detta così sembra che il cancro sia una vendetta. «Una vendetta no, direi più che altro un insegnamento, un messaggio, una richiesta di attenzione. Vedi, sono convinta che ogni cosa a questo mondo abbia un senso. Magari accade per caso, ma di certo ha un senso». Eppure fumi ancora. «È l'unico vizio che ancora mi concedo, per il resto ho cambiato tutto: mangio quasi solo verdure, bevo litri di centrifugati, faccio movimento e soprattutto dormo otto ore filate a notte e seguo ritmi molto più rilassati. Insomma, ho imparato a prendermi cura di me, a volermi un po' più di bene». Scusami, non volevo passare tutta l'intervista a parlare della malattia. Raccontami di te, dei progetti a cui ti stai dedicando in questo periodo. «Quello a cui tengo di più è la scrittura. Io ho sempre scritto molto: il mio primo romanzo "L'altra parte della Luna" (un racconto omonimo è stato estrapolato e pubblicato in un'antologia), è arrivato in finale al Premio letterario Bukowsky, il secondo "È come guidare una Ferrari – Storia di una Bipolare", ha ottenuto un buon risultato al concorso letterario Giovane Holden, mentre alcune poesie verranno pubblicate dall'editore romano "Pagine". Il lavoro che ho appena concluso, però, è una silloge di racconti che mi è stata commissionata da una casa editrice con cui spero di poter pubblicare il mio terzo romanzo, quello che voglio scrivere su questa esperienza. Vorrei che fosse un lavoro anche ironico, in cui non si parli solo di cancro. Sarebbe bello allegarci un cd con le mie canzoni, insieme alle bellissime foto che Michela mi ha donato». Proprio di queste foto volevo parlare. «Sì, le foto sono un po' una cosa a parte. Ho chiesto a Michela di scattarmele innanzitutto per mia figlia Rebecca, ma anche un po' come una sorta di testamento. Quando ho realizzato che le cose avrebbero potuto prendere una brutta piega, infatti, ho desiderato poter lasciare qualcosa a Biky, un ricordo che fosse anche materiale. Così mi sono rivolta a una delle persone che mi sono più vicine in questo momento e mano a mano che ci divertivamo a posare e mano a mano che proseguivo le terapie l'esperimento ha assunto tutto un altro significato. Ora non è più il mio testamento, è qualcosa che sarà sempre a disposizione per i miei progetti futuri». A proposito di futuro: hai appena preso una cagnolina, Miele. «Arriva dal canile, mi ha accompagnata il mio amico Lele (Baiardi, ndr). Mi ha detto "Lidia, è una vita che vuoi un cane. È arrivato il momento di prenderlo", e lei è stata la prima che ho visto. Volevo accanto a me qualcuno a cui parlare senza che mi rispondesse, qualcuno che mi facesse compagnia con amore e discrezione. Lei fa tutto questo». Lidia, perdonami se sarò ancora indelicata. Tu lo sai che un cane vive anche quindici anni? Lidia si concede una risata e mi guarda divertita. Il senso dell'umorismo non l'ha perso insieme ai capelli. «Certo, - mi risponde - ma io ho intenzione di vivere molto più di lei». Serena Simula