IL GIALLO DI VOGHERA
di Roberto Lodigiani wVOGHERA Un caffè corretto al cianuro uccide Michele Sindona e apre l'ennesimo mistero italiano del dopoguerra. Sono le otto del mattino del 20 marzo 1986 quando il finanziere siciliano urla «Mi hanno avvelenato» e stramazza al suolo, dopo aver ingerito la bevanda avvelenata nella cella d'isolamento del carcere di Voghera dov'era rinchiuso dal 28 settembre di due anni prima, inseguito dai mandati di cattura della giustizia Usa che lo considera un bancarottiere, e guardato a vista da quella italiana che lo ha appena condannato all'ergastolo come mandante dell'assassinio dell'avvocato milanese Giorgio Ambrosoli (il liquidatore della Banca Privata, «creatura» prediletta del Banchiere di Dio, freddato con quattro colpi di pistola dal sicario della mafia americana Joseph William Aricò). L'agonia di Sindona dura cinquantasei ore: l'allora primario della Rianimazione dell'ospedale di Voghera, Luigi Paleari, non ha dubbi sull'avvelenamento e consiglia al poliziotto che deve portare a Pavia per le analisi i campioni di sangue del detenuto eccellente, di cercare anche le tracce del potente veleno. Omicidio o suicidio? Il giudice istruttore De Donno opta per la seconda ipotesi e l'archiviazione ufficiale dell'inchiesta ribadirà questa conclusione. Lo stesso Sindona, del resto, in due interviste rilasciate a Enzo Biagi in carcere, aveva accennato alla possibilità di togliersi la vita spiegando che non sarebbe stato difficile procurarsi il necessario anche dietro le sbarre. Il sospetto dei magistrati inquirenti fu che Sindona era riuscito a nascondere il cianuro durante il viaggio di estradizione dagli Stati Uniti all'Italia. Ma i dubbi restano, anche a distanza di trent'anni dalla morte. Perché è la stessa storia avventurosa e spregiudicata del finanziere, i tanti nemici altolocati e senza scrupoli che si era fatto con le sue manovre di alta pirateria finanziaria e che erano interessati a toglierlo di mezzo, a suggerire altre interpretazioni. Un complotto per eliminare Sindona? Raccontano che nelle prime ore concitate successive all'avvelenamento, gli investigatori fossero intenzionati ad arrestare tutti coloro che avevano avuto a che fare con la famosa tazzina-killer, compreso l'incolpevole agente di custodia che aveva preparato materialmente il caffè (e che, in pensione, vive ancora a Voghera). Ma non ci sono indizi concreti per suffragare la pista del delitto e l'esito delle indagini sarà quello più logico, forse anche il più comodo. Suicidio, dunque. Una sorta di vendetta postuma del banchiere di Patti nei confronti di coloro che, dopo avere ricevuto favori da lui, lo hanno abbandonato al suo destino nel momento in cui gli affari hanno cominciato a volgere al peggio. Di strada, il figlio dell'umile fiorista messinese ne aveva fatta tanta. Un "self made man" che si era pagato gli studi fino alla laurea in Giurisprudenza facendo mestieri di ogni tipo. Dopo l'arrivo a Milano nel 1946, Sindona inizia la scalata al denaro e al successo. Il boom economico degli anni Sessanta, quello dell'Italietta uscita distrutta dalla guerra che diventa una delle «locomotive» europee, favorisce i suoi disegni e i metodi disinvolti, sempre al limite tra lecito e illecito. Compra banche, rastrella azioni, si interessa persino all'area Necchi di Pavia. Entra in affari con lo Ior, la potentissima banca del Vaticano, diventa amico di boss mafiosi. A un certo punto Milano gli sta stretta e allora sbarca a Wall Street. Oltreoceano, acquisisce il controllo della Franklin National Bank, uno dei primi venti istituti di credito Usa. Accade nel 1974, lo stesso anno in cui Giulio Andreotti lo definisce «salvatore della lira» e riceve gli elogi sperticati dell'ambasciatore americano John Volpe. Ma fa il passo più lungo della gamba, il clamoroso crack della Franklin, a ottobre, segna l'inizio della fine delle sue fortune. Sindona, però, non è tipo da arrendersi. Cerca la protezione dei big politici di cui ha favorito l'ascesa; si avvicina a Licio Gelli, il maestro venerabile della loggia massonica P2, sollecitandone l'aiuto per il salvataggio della Banca Privata, ormai sull'orlo del fallimento. Entra però in scena l'avvocato Ambrosoli, un galantuomo e un valente professionista, che mettendo mano alle faccende sindoniane sente subito puzza di bruciato. Ambrosoli non si ferma davanti a nulla pur di svolgere fino in fondo il suo lavoro, ci vuole la mano assassina del killer Aricò per impedirgli di concluderlo. Sindona va in galera con l'accusa di aver ordinato l'omicidio (mentre a Manhattan lo condannano a 25 anni per il disastro della Franklin). Voghera è il suo capolinea. Ma le ombre pesano ancora. ©RIPRODUZIONE RISERVATA