«Educare, per un docente, significa anche imparare dai suoi studenti»

PAVIA Capire se la nostra società stia affrontando davvero un'emergenza educativa oppure no non è facile; capire che cosa si intenda per educazione stessa neppure. Al collegio Senatore, lunedì sera, hanno dialogato e riflettuto insieme sull'argomento tre figure che, ognuna a suo modo, a Pavia hanno un ruolo importante nel settore didattico: il rettore dell'università Fabio Rugge, il nuovo vescovo della diocesi monsignore Corrado Sanguineti e l'emerito vescovo Giovanni Giudici. «Educare significa far nascere un dinamismo interiore – ha subito preso la parola Giudici – contribuire a un continuo superamento di sé nella coscienza e nell'amore. Per questo l'educatore deve mettersi in un rapporto di parità con l'educato, capirlo e, di conseguenza, amarlo. Sempre nel rispetto della dottrina di Dio». Ma tale discorso non vale solo per cristiani e religiosi. È un concetto condivisibile da tutti, ha insistito Sanguineti, quello che l'educazione consista nello scovare e valorizzare la ricchezza interiore di un essere umano. Ed è qui che il ruolo dell'insegnante è essenziale, perché egli, venendo a contatto con un discepolo, trasmette inevitabilmente qualcosa di sé e di ciò che stima. «Educare vuol dire anche farsi educare – ha aggiunto Rugge – Io, nei miei quarant'anni di insegnamento all'università, ho imparato molto dai miei studenti: non tanto perché mi hanno messo a conoscenza di nozioni, quello era il mio ruolo; ma perché mi hanno trasmesso modi d'essere, rispetto e atteggiamenti alla vita che prima non avevo mai preso in considerazione. Sono convinto che l'educazione avvenga da entrambe le parti, a prescindere da qualsiasi età, e che non consista nella trasmissione di meri dati: questo i docenti universitari purtroppo non ce l'hanno sempre bene in mente, ma dovrebbero». In un'epoca di crisi economica e dei valori come la nostra, come s'inserisce dunque l'educazione agli studenti? «Oggi purtroppo – ha risposto Sanguineti – sono tre i grandi problemi principali che la minano: la rottura del patto di collaborazione tra famiglia e scuola, il nozionismo (quindi il progressivo rinunciare a rispondere alle grandi domande della vita) ed il relativismo, cioè il negare l'esistenza di una verità assoluta. È da qui che si raggiunge la perdita della speranza nel nostro Paese e nel mondo, da qui nascono tutte le crisi a tale perdita connesse». Tuttavia, uno spiraglio di luce c'è: se si rimane aperti alle diversità (culturali, d'opinione e di modo d'essere), se ci si continua a porre in discussione mettendo da parte la presunzione di conoscere già tutto, ha commentato Rugge, e soprattutto se si accetta il fallimento dell'educazione, allora sì che si sta avendo, paradossalmente, successo nell'educare. Perché, come ha ricordato Giudici, la fiducia ha anche bisogno di essere rinnovata e le seconde occasioni sono forse più importanti delle prime. (g. cur.)