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di Gianluca De Martino wROMA Palazzi, ville, alberghi. Persino una clinica in Sicilia. Se si mettessero insieme gli oltre 27mila beni confiscati in Italia formerebbero un piccolo Stato o comunque quasi la metà del patrimonio immobiliare di Roma. Un intero Paese costruito con i proventi del traffico di droga, con le mazzette di una tangente o l'evasione fiscale. Negli ultimi tre anni sono stati sottratti alla criminalità più immobili e aziende dei trent'anni precedenti. Un risultato testimoniato dai recenti dati dell'Agenzia nazionale per i beni sequestrati e confiscati, aggiornati al 31 dicembre 2015 e pubblicati in anteprima da Confiscati Bene, il progetto di attivismo civico e giornalismo investigativo che da due anni promuove trasparenza e open data nella lotta alla mafia. I beni immobili, vale a dire case, ville, palazzi, capannoni industriali o terreni sono 23.526 e rappresentano quasi il 90% dello stock complessivo di beni requisiti, lì dove è sufficiente il sospetto che provengano da un arricchimento illecito, o in seguito a una sentenza di condanna penale. Meno della metà degli immobili confiscati, 10.056, è stata destinata dall'Agenzia a chi si prenderà cura del loro riutilizzo, siano essi Comuni, Province, Regioni, Ministeri o forze dell'ordine. Una percentuale ancora troppo bassa che rende i beni vulnerabili alle occupazioni abusive, talvolta dai parte degli stessi familiari dei mafiosi, e al deterioramento. In gestione all'Agenzia restano 13mila beni immobili, il cui elenco è stato già consegnato alle Regioni affinché propongano progetti di recupero, magari sfruttando i fondi europei del Pon Legalità 2014-2020, che stanzia 377 milioni nelle aree meno sviluppate. Sono 3.577, invece, le aziende appartenute a esponenti della criminalità organizzata o a loro prestanome. Rispetto ai dati del 2013 sono raddoppiate. La maggior parte sono scatole vuote, imprese solo sulla carta, utilizzate dalle mafie per riciclare denaro o frodare il fisco. Una volta crollato questo castello di illegalità, l'azienda fallisce o viene accompagnata dall'Agenzia verso la lenta morte della liquidazione. Dal 1982, anno di entrata in vigore della legge Rognoni-Latorre, al 7 gennaio 2013, i beni confiscati in gestione all'Agenzia nazionale o già destinati erano poco meno di 13mila. Oltre l'80% si concentrava nelle regioni del Sud e sulle isole. L'evoluzione di inchieste giudiziarie nell'Italia centro-settentrionale, da Mafia Capitale ai blitz contro la 'ndrangheta in Emilia Romagna, hanno in parte modificato la geografia dei beni. Oggi le regioni di origine di mafia, camorra, 'ndrina e Sacra corona unita ospitano meno dell'80% di beni, mentre è salita la quota del Centro, dal 6,6 al 10,6% in tre anni. Se si considerano le sole aziende il nuovo peso di Lazio, Abruzzo, Emilia-Romagna, Toscana e Umbria è ancora più evidente: dal 10 al 17%, a fronte di una diminuzione di quota del Nord dal 15 al 10%. Mafia Capitale e le inchieste del procuratore Raffaele Pignatone hanno portato Roma a essere la seconda città per numero di beni confiscati, 1.076 beni dietro Palermo (4.005). Umbria, Valle d'Aosta, che fino al 2013 non ne aveva, Abruzzo, Sardegna e Toscana hanno più che triplicato i numeri del 2013, così come Emilia Romagna e Piemonte. Intanto in Parlamento è bloccata la legge di riforma del Codice antimafia del 2011 e delle misure di prevenzione, che sarebbero estese a sospettati di corruzione, peculato, "caporalato" e altri reati contro la pubblica amministrazione. Approvato l'11 novembre alla Camera, il ddl non è stato calendarizzato al Senato. Attende notizie dal Parlamento il direttore dell'Agenzia nazionale Umberto Postiglione, che chiede rinforzi da affiancare ai 99 dipendenti, distribuiti in cinque sedi. «Nel 2015 abbiamo decuplicato i decreti di destinazione, ben 3.850. Non basta, ma ci vorrebbero 300 tra manager, esperti di beni culturali, energie rinnovabili e turismo per far sopravvivere le aziende sottratte ai clan» e «quattro nuove sedi». ©RIPRODUZIONE RISERVATA