Da Surtees a Doohan ecco gli altri big prima di Valentino

di Ludovico Fraia Pochi hanno attraversato ad alto livello il mondo dei motori, in epoche anche remote, e sono vivi e vegeti: se avesse bisogno di record – ma non ne ha – l'inglese John Surtees, classe 1934 detiene anche questo. L'era di Surtees. Immaginatevi uno che ha dominato il Motociclismo mondiale dal 1955 al 1960, vincendo nella classe 500 quattro titoli mondiali (1956, 1958, 1959 e 1960 sempre su Mv Agusta) e altri tre con classi diverse di moto e poi avesse trovato il tempo di vincere il Mondiale piloti auto con una Ferrari (nel 1964). Quest'uno è appunto Surtees. Per dire chi era, basta ricordare che respinse una proposta di Enzo Ferrari nel 1962 perché non si sentiva pronto: quanti l'avrebbero fatto? Ma questa coscienza dei suoi limiti, forse, gli ha salvato la vita. Nella sua carriera decine di marchi storici, compreso il suo, che però non ebbe successo. Non era un imprenditore. Il regno di Hailwood. Lo chiamavano Mike the Bike perché era un prolungamento umano della moto. Vinse nove titoli mondiali di motociclismo tra il 1962 e il 1965. Con lui la giapponese Honda si affacciò sul teatro mondiale. Con lui che aveva vinto con Mv Agusta, Norton, Nsu. Tentò con l'automobilismo ma fu fermato da un grave incidente nel 1974 con una McLaren. Morì per un banale incidente d'auto, nel 1981, insieme con una figlia. Se non ci fosse stato Giacomo Agostini, forse Mike the Bike avrebbe vinto di più. L'epoca di Giacomo Agostini. Non c'è dubbio che questo italiano di Bergamo nato nel 1942 sia stato uno dei più grandi, paragonabile a Juan Manuel Fangio o a Michael Schumacher nell'automobilismo. Piccolo (diceva di essere alto 1,70 ma è più basso di un centimetro), riccioluto e con un bel viso regolare, ha vinto 15 titoli mondiali di cui sette con la 500 dal 1966 al 1972. Il duello con Hailwood fu anche quello della Mv Agusta con la Honda agli esordi e lo vinse lui, Agostini. Malgrado la fama di grande amatore, era monacale prima delle gare. Forse per quell'incidente in cui, dopo una notte agitata, rischio di rimetterci la pelle. Phil Read e Kenny Roberts. Protagonisti insieme dopo il dominio incontrastato di Agostini, vinsero tanto anche loro, anche se non come il loro predecessore. Phil Read, inglese, classe 1939, vinse sette titoli con la Mv Agusta e con la Yamaha. I rapporti con Agostini non furono buoni perché l'inglese non ne accettava la supremazia. L'americano Kenny Roberts (1951) segnò la fine dell'epoca del dominio delle marche italiane, vincendo il mondiale dal1978 al 1980 con una Yamaha. Un altro re, Michael Doohan. Se l'asse delle marche si spostò in Giappone, non era mai successo che un grande campione non fosse né europeo né americano. Successe con l'australiano Michael Doohan, detto Mick, di Brisbane, classe 1965. La dimostrazione: cinque titoli nella classe 500 con la Honda, dal 1995 al 1998. Per lui gli ingegneri giapponesi inventarono un nuovo tipo di freno: poiché aveva la gamba destra ferita per un incidente, si fece applicare il freno della ruota posteriore con una leva alla sinistra del manubrio. Un altro incidente alla stessa gamba nel 1999 lo costrinse al ritiro. L'impero di Valentino Rossi. Corre ancora, ma è già storia. Valentino Rossi (1979) è riuscito a raggiungere dei traguardi degni di Agostini, con i suoi nove titoli. Valentino a due anni e mezzo ebbe in regalo un motorino con le rotelle – racconta il padre –: «le tolse quasi subito». Ricco, stratitolato, alla vigilia dei 40 anni cerca ancora qualcosa. Ed è la ragione della sua grandezza. ©RIPRODUZIONE RISERVATA