L’OPINIONE
Solo un dato, per cominciare: l'allarme sulla crisi demografica. Sempre meno bambini nascono in Italia. Non è tanto questione di desiderio, quanto di condizioni materiali e di assenza di un orizzonte per il futuro. In breve, non siamo liberi di fare figli: o ci rinunciamo oppure saltiamo irresponsabilmente nel vuoto. E ci sono anche molti, tra noi, che pensano di essere più liberi senza figli che appesantirebbero la loro esistenza. Libertà è una parola costantemente sulle nostre labbra, al punto da risultare abusata. La libertà ha molte facce e altrettanti spigoli. Perché non diventi una parola vuota, bisogna trovare un percorso sensato che ci orienti nel suo uso. Cominciare con il considerarla un fatto concreto a partire da ciò che ci viene impedito. Di solito diciamo: questa o quella libertà ci sono state tolte. Accade infatti che tutti ci sentiamo prigionieri, anche se - come si dice - siamo "a piede libero". E succede perché la società attuale assomiglia sempre più a un grande dispositivo, o a un dispositivo di dispositivi, in cui l'effettiva reclusione di alcuni è accompagnata da una chiusura di spazi che tocca anche tutti quelli che credono di essere pienamente liberi e di vivere in un contesto effettivamente liberale. Oltre che un semplice fatto, la libertà indica soprattutto un fare, un agire. Se siamo d'accordo con questa indicazione, la libertà non è uno statico modo d'essere, né qualcosa che si possiede una volta per tutte, e neanche solo un valore, è bensì un movimento, un "liberarsi" da ciò che ci opprime e ci blocca, o almeno un tentare di farlo. La libertà è innanzi tutto uno libertà da qualcosa (o da qualcuno) che limita la nostra soggettività e ci impedisce di muoverci, ci toglie spazio di vita o addirittura ci immobilizza. Così, ogni politica dell'esperienza concreta è una politica di liberazione, e quasi mai - come la storia insegna - può limitarsi a un agire individuale o solitario: singoli esempi eccezionali hanno potuto diventare motori di una trasformazione sociale solo quando la comunità degli abitanti di una polis, ovvero i cittadini, sono riusciti a elaborarli in una condotta collettiva. Secondo movimento: non c'è libertà-da che non sia fin dall'inizio una libertà-per. Se la libertà non è un fare provvisto di scopo, come pure spesso accade, essa può trasformarsi molto presto in una libertà falsa e cioè in una libertà astratta. La libertà è sempre una politica dei fini che comporta anche discussione e conflitto su che cosa si debba intendere per fine nelle condizioni storiche specifiche. Anziché arrivare al pessimismo di chi dice «non siamo mai liberi» (come tante filosofie ci porterebbero a dire), sarebbe opportuno - soprattutto oggi - riconoscere che la libertà assoluta è una distorsione concettuale e che la libertà è invece relativa alla nostra capacità di liberarci dalla stretta dei dispositivi e alla opportunità che abbiamo di re-immaginare il senso delle nostre esistenze quotidiane. Da cosa e per cosa vogliamo realmente essere liberi? Ecco una domanda che cerca di tenere assieme le facce della libertà e al tempo stesso ne evidenzia la spigolosità (e il grande lavoro che dovremmo fare per aprirci a un pensiero critico e creativo). In una sua canzone di anni passati Giorgio Gaber esordiva con «la libertà non è stare sopra un albero» e concludeva con «libertà è partecipazione». Resta vero che tutti dovremmo scendere dall'albero in cui tendiamo ad annidarci, mentre la parola "partecipazione" suona ormai obsoleta. Ma dato che, senza una politica della libertà, la libertà si riduce a una semplice astrazione, dovremo pure dare un nome e un contesto a quella condivisione dei fini senza la quale ogni liberazione rischia di rimanere velleitaria o mutila. ©RIPRODUZIONE RISERVATA