l’analisi
di GIANCESARE FLESCA Qualche esperto di cose militari ha paragonato la battaglia ingaggiata da Putin per riconsegnare Aleppo nelle mani dell'amico Assad a quella che combattè contro Grozny,la capitale dell'insorgenza cecena, fra la fine del 1999 e i primi mesi del 2000. Al sultano turco Erdogan che preconizzava per la Russia una sconfitta pari a quella subita in Afghanistan, il padrone del Cremlino ha risposto con un'escalation cinica ed efficace: altro che Afghanistan,è stato il messaggio delle armi, stavolta Mosca non si farà cogliere impreparata. E non baderà al costo enorme del disegno strategico del "nuovo zar" che include il sostegno alla secessione nel Donbass oltre alla presente spedizione medio-orientale, fin qui vittoriosa. Al tavolo dei negoziati di Monaco il ministro degli Esteri Serghej Lavrov ha ricevuto di fatto il placet americano, chiedendo e ottenendo che un eventuale cessate il fuoco cominci fra una settimana, giusto il tempo per rifinire i contorni dell'operazione. La clausola era tanto sfacciatamente favorevole per Mosca che, pressato dalle scudisciate dei Paesi sunniti (Arabia e Turchia) il segretario di Stato John Kerry ha ammonito i rivali: se Assad non si comporterà come previsto dagli accordi , l'America manderà anche truppe di terra. Gli ha risposto immediatamente il premier Dmitrij Medvedev, accusandolo di favorire un ritorno alla guerra fredda. La guerra fredda? Magari! ,dice qualcuno, si tornasse a quei tempi, il cui elogio è stato brillantemente tessuto da Sergio Romano in un rapido e ben argomentato saggio. La tesi di fondo è semplice: finchè America e Unione Sovietica esercitavano il loro strapotere sulle zone di rispettiva influenza sancite a Yalta, tensioni nazionaliste, irredentiste, tribali o razziali venivano compresse e disarmate dalle due grandi potenze, interessate a mantenere la loro supremazia con la bilancia del terrore. Finito quel tempo,il vaso di Pandora s'è rotto lasciando emergere tutti i conti in sospeso, come accadde ad esempio nei Balcani alla fine del secolo scorso. Adesso «stiamo scivolando lentamente verso un enorme buco nero» ha detto ieri il premier francese Manuel Valls. La caduta di Aleppo segna una svolta molto importante nel conflitto di quelle regioni. Riconquistando l'antica capitale siriana non solo si taglia la strada in maniera definitiva ai combattenti dell'Is, ma si realizza quell'asse geopolitico sciita che parte da Teheran,passa per Baghdad e per Damasco, per poi giungere attraverso gli hezbollah libanesi nel Mediterraneo. Un trionfo per gli ayatollah e per il loro santo protettore moscovita, che torna alla grande in una zona del mondo da cui lo si voleva scacciato. Secondo qualche analista Washington ha una sua strategia che le consentirebbe di venir fuori dal caos senza troppi danni. Il piano B prevede che truppe di terra saudite e turche entrino in Siria da nord facendosi carico (cioè occupandole) delle zone conquistate e poi riperse dagli insorti, bloccando insomma il progetto ancora ieri espresso da al Assad di tornare a guidare il Paese. Si creerebbero invece le premesse per ripartire la Siria fra le potenze regionali, lasciando al dittattore di Damasco, se avrà ancora la testa sul collo, il potere sulla zona alawita sciita che costeggia il mare, dove si trova quel porto di YTartus così caro al Cremlino. Ma Putin subirebbe una così grave mutilazione della sua impresa? ©RIPRODUZIONE RISERVATA