l’opinione

(segue dalla prima pagina) E la seconda bocciatura sembrò l'epitaffio per una carriera politica delle più brillanti. «Vado a Londra a curarmi, parto domani», mi disse con voce depressa salutandomi, più grigio dell'abito che portava. Invece qualche anno più tardi doveva venire eletto a larghissima maggioranza presidente della Repubblica. Con voto segreto naturalmente. Croce e delizia del segreto dunque. Il problema della segretezza o meno del voto in Aula si pose ovviamente in sede di Costituzione. All'articolo 72. Relatore era il trentenne giurista Aldo Moro all'inizio propenso ad escluderlo, come sostenevano il suo compagno di partito Edoardo Clerici e il socialista Tito Oro Nobili. Poi in parte ci ripensò delegando la materia ai regolamenti parlamentari. Le leggi potevano quindi essere votate per lo più a scrutinio palese, per appello nominale o alzata di mano. Moro comunque si era rifiutato di «consacrare costituzionalmente questo strumento di votazione che ha già dato luogo a tanti inconvenienti». E che tanti altri avrebbe provocato a Roma o in Assemblee Regionali come quella siciliana dove far cadere col voto segreto presidenti od eleggerne altri col soccorso delle sinistre di opposizione divenne uno sport dei più praticati. Questo infatti è il punto. Fino al centrosinistra Psi e Pci avevano interesse a mettere in difficoltà governi centristi o addirittura appoggiati da monarchici e missini, e quindi ad unirsi alle correnti di sinistra della Dc. Dopo il centrosinistra questa funzione gregaria la svolse essenzialmente il Pci con alcune frange di sinistra. Una situazione che si rese sempre meno sostenibile, come del resto l'ostruzionismo senza limiti di tempo. Credo che il primato dei discorsi-fiume spetti ancora all'onorevole Enzo Capalozza del Pci che parlò 9 ore contro la legge-truffa del 1953. Il dibattito si riaprì alla fine degli anni '70 fra le alte proteste dei comunisti e della sinistra radicale di allora che gridavano allo "scippo" della democrazia parlamentare (all'epoca invero assai più attiva ed esercitata di oggi). La spaccatura attraversò in modo particolare Pci e Psi. Bettino Craxi si poneva come il competitore all'inizio sia della Dc che del Pci, deciso a rompere i gessi dei vecchi equilibri e compromessi. Ricordo bene quando se ne discusse a Montecitorio. Craxi si era preparato un discorso strutturato, storicamente motivato. Ricordò la posizione decisamente critica di Moro alla Costituente e quella del senatore a vita Leo Valiani. «Del voto segreto – affermò con fare solenne rivolto a Enrico Berlinguer e ai banchi di sinistra - si dibattè anche all'assemblea della libera Repubblica Veneta del 1849 e per il voto segreto si espresse il clericale Niccolò Tommaseo, mentre per il voto palese si pronunciò con chiarezza assoluta il garibaldino Sartori!». E alzò il pugno nel quale stringeva un garofano rosso mostrandolo ai comunisti. Craxi, che doveva essere chiamato da Pertini a tentare la strada di Palazzo Chigi dopo Spadolini, era già accusato di decisionismo e doveva in quel caso sentir parlare di "fuhrercrazia". Ma si dovette arrivare al 1998 e al governo De Mita per approvare regolamenti parlamentari meno laschi. Con tutto ciò, il problema sollevato da Moro settant'anni fa si ripropone ogni volta che il voto segreto suscita apprensioni. Con ragione a volte. Nel caso presente sulle unioni civili c'è dissenso fra i due partiti (molto liquidi) di governo e anche le opposizioni (non meno liquide) risultano divise. È forte quindi la tentazione di far cadere un governo che al Senato ha una maggioranza esigua e fragile e che si giova ormai di voti "transumanti" (quelli verdiniani). Soprattutto quando i peones sono frustrati da mesi e anni passati a convertire decreti legge per giunta blindati dal "canguro" cancella-emendamenti e dal voto di fiducia.