LA MIOPIA DI SCELTE EMOTIVE
di ANDREA SARUBBI Un comandamento non scritto della buona politica impone di non prendere mai una decisione sull'onda dell'emotività, magari per un fatto di cronaca che ha turbato l'opinione pubblica. È ciò che venne rimproverato a Berlusconi quando nel 2009 il suo governo varò il decreto Englaro, poi non firmato da Napolitano, sull'idratazione e l'alimentazione obbligatoria; e lo stesso Veltroni - all'epoca sindaco di Roma, ma già candidato in pectore del Centrosinistra alle Politiche - ricevette a fine 2007 critiche simili, quando chiese e ottenne un decreto sulle espulsioni anche per gli immigrati comunitari, a pochi giorni dall'omicidio della signora Reggiani da parte di un cittadino rumeno. La decisione della Svezia di rimpatriare 80 mila profughi in seguito all'uccisione di un'impiegata in un centro per stranieri dimostra, non del tutto inaspettatamente, che in certe situazioni tutto il mondo è paese: è la prova che di fronte alle pressioni anche i principi più nobili vanno a farsi friggere, perché la politica alla fine si basa sul consenso, che è sempre più un fatto di pancia. Il giorno dopo la morte del piccolo Aylan, tutti indignati e pronti all'accoglienza; ora che l'effetto è passato, l'indignazione ha cambiato verso. Davanti ai primi arrivi di siriani in Germania, tutti in strada ad accogliere i rifugiati; ora che si deve gestire l'emergenza, il governo Merkel rischia di saltare. Oggi l'immigrazione sposta milioni di voti e il dibattito politico europeo non è sempre all'altezza. In Svezia, in particolare, c'è un governo di minoranza preoccupato di non lasciare una prateria ai nazionalisti del Partito democratico (omonimo ma non parente di quello italiano), veri professionisti della pancia: nel 2010 entrarono in Parlamento con lo spot della vecchietta col girello, travolta da un'orda di donne col burqa e le carrozzine piene di neonati e rimasta senza pensione. Sull'altra sponda dello stretto, in Danimarca, la situazione è simile: è novità di questi giorni la possibilità di sequestrare i beni dei profughi per pagare le spese di accoglienza, che ha ottenuto il plauso delle destre europee. Compresa naturalmente quella italiana, inneggiante alla vittoria della ragione: che invece, purtroppo, è la grande sconfitta nell'Europa attuale, dove gli interessi particolari impediscono di trovare soluzioni più sostenibili per tutti. La radice di tutti i mali, distillato puro di miopia politica, è il regolamento di Dublino, che affida i migranti al Paese di arrivo: è una follia e va cambiato, ma le maggioranze politiche dell'est (Repubblica Ceca, Ungheria, Polonia, Romania) si oppongono, perché i propri elettori si vendicherebbero in cabina. E la vicenda, accompagnata dal dibattito anacronistico su Schengen, sta mettendo a nudo tutti i limiti politici dell'attuale Unione: l'agenda Juncker, con la ricollocazione obbligatoria, è un apprezzabile tentativo, ma le resistenze dei Paesi membri l'hanno anestetizzata; i tempi sono così lenti - ha detto lo stesso presidente della Commissione, e nel nostro piccolo anche i dati del Viminale lo confermano - che di questo passo si finirà nel ventiduesimo secolo. Chi predica razionalità, in un momento del genere, passa per buonista e superficiale, perché su certi argomenti la percezione ha un peso maggiore della realtà. Ieri ci ha provato il primo presidente della Cassazione spiegando, dati sulla giustizia in Italia alla mano, che l'introduzione del reato di clandestinità si è rivelata inutile, inefficace e talvolta anche dannosa: sarebbe molto più efficace depenalizzare, trattando il tutto nei confini dell'illecito amministrativo. Il governo lo sa bene, e il decreto sarebbe pronto, ma bisognerebbe spiegare agli elettori che depenalizzare non significa legalizzare: un rischio troppo grande prima delle elezioni, soprattutto per il partito di Alfano, e allora meglio tenersi i tribunali intasati e le pance dell'elettorato più tranquille. ©RIPRODUZIONE RISERVATA