L’ANALISI

Non nel loro nome. Mai così degradato, lo scontro a 360 gradi che devasta la politica italiana lasci stare almeno le persone, specie le più indifese. Sugli immigrati, con la polemica sulla legge sui clandestini, si sta giocando l'ennesima desolante partita: in cui tutti i protagonisti non stanno difendendo gli italiani o gli stranieri, a seconda delle rispettive posizioni, ma semplicemente le proprie miserande rendite elettorali. Aggirando colpevolmente il vero nodo: il problema c'è, ed è massiccio, ma non si risolve certo con illusorie ricette. Non l'ha risolto la legge in vigore, varata nel 2009 dal centrodestra e oggi difesa a spada tratta dagli ultras del «fuori tutti». È di assoluta evidenza che le misure previste da quelle norme non sono servite a tamponare gli ingressi, anzi. E quando Maroni si vanta di essere riuscito, da ministro degli Interni, ad arginare il fenomeno grazie alla sua azione con la Libia, sorvola con grande disinvoltura sul fatto che all'epoca a Tripoli non aveva come interlocutore un coacervo di tribù in lotta tra loro, ma un Gheddafi messo a generoso libro-paga dagli stessi che lo definivano un brutale dittatore, perché facesse il cane da guardia sulla sponda sud del "mare nostrum". Non è questione di boicottaggi da una parte della magistratura, come taluno sostiene: è che proprio la gestione delle regole non è sostenibile, a meno di non voler riversare sui tribunali valanghe di procedimenti; le sanzioni sono risibili; i rimpatri forzati su larga scala sono semplicemente inattuabili. Come molte leggi in Italia, pure questa è stata scritta male, più come risposta di facciata che di sostanza: dunque, cancellarla è sacrosanto. Il problema è come e con cosa sostituirla, avendo comunque presente un obiettivo irrinunciabile: deve poter essere applicata, altrimenti non farà che incrementare il fenomeno anziché contenerlo. E occorre metterci mano subito. Qui viene a galla l'inadeguatezza del centrosinistra, speculare a quella del centrodestra: perché sostenere che è meglio rimandare per non subire contraccolpi elettorali alle amministrative di primavera, è una scelta miope, che sacrifica l'interesse collettivo ai meschini calcoli di parte. Circola al riguardo una tesi decisamente singolare, che la dice lunga: la questione in termini reali non è così grave, ma la percezione che ne ha l'opinione pubblica è nettamente superiore; ed è la percezione che conta. Proprio qui corre il crinale tra la Politica con la maiuscola, che sa guardare al futuro anche a costo di perdere consensi immediati, e quella deteriore, tutta minuscola, che privilegia invece il tornaconto del presente: domani è un altro giorno si vedrà, come cantava Ornella Vanoni. In questa logica al ribasso, la sola modesta consolazione è che l'Italia non è un caso isolato, ma si allinea perfettamente alla cattiva coscienza dell'Europa. «Nel 2015 la questione dell'immigrazione ha confermato il peggior difetto dell'Unione Europea: la sua congenita incapacità d'intraprendere azioni collettive», denuncia il quotidiano francese "Le Monde". La questione dei clandestini non è che un capitolo di una vicenda complessiva colpevolmente trascurata negli scorsi anni, e destinata ad aggravarsi nei prossimi: ogni provvedimento singolo non funziona, se non risponde a un disegno d'insieme. Che l'Europa non ha, perché ciascuno va per conto proprio, usando il braccino corto: con l'unica eccezione della Germania, che negli ultimi dodici mesi ha accolto un milione di richiedenti asilo, assumendosi l'80% del carico. La Ue, di suo, ha deciso di distribuire tra i suoi 28 Paesi l'accoglienza di 160 mila profughi nell'arco di due anni. Illudendosi di essersi messa al riparo dietro un solido muro a sud. E dimenticando la storia: il Vallo mediterraneo farà la stessa fine di quello atlantico. In briciole.